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Cosa si sa

Assediati dai genovesi i ventimigliesi continuano disperatamente a resistere. Allora il Martinengo devia il corso del Roja per sottrarre l'acqua agli assediati e affonda nel porto fluviale alcune grosse navi da carico piene di macigni e calcina, rendendolo inutilizzabile per sempre. I genovesi costruiscono anche un grosso molo di sbarramento alla foce del fiume, due fortezze sul monte S. Cristoforo che domina la città e, in un tempo straordinariamente breve, innalzano anche un possente bastione contromuro tutto intorno alla città assediata. Con l'aiuto di manganelli e trabucchi (artiglieria da lancio a tiro curvo) i genovesi battono in continuazione gli edifici oltre le mura, provocando gravissimi danni a case e monumenti, inclusa la cattedrale. Dopo l'arrivo di ingente truppa fresca, ovvero 2000 fanti al comando di Sorleone Pepe, il podestà Martinengo chiude ermeticamente l'assedio.

... preterea erexit ibi duos manganellos et duos trabucos in ipso exercito fabricatos, qui ingenti mole lapidum ac suis formidandis ictibus civitatem illam adeo conquassarunt et in ruynam vergenterunt, quod si eorum gravamine a principio previssum esset et cognitum, tot ibi ad eius destrictionem creassent, quod Victimilienses, licet nolent, denique civitatem in suis manibus tradissent. Insuper copatum unum plenum lapidibus et muratum ante fucem Victimilii pro ipsa claudenda demersit. Pontones quoque de Ianua ibi ductos ad faciendam sepem lapideam ibi fecit per dies quam plurimos laborare, quorum duo im plagia que est infra civitatem et Caput sancti Ampelii, temporis sevitia naufragantur. Post hec autem in monti sancti Cristofori duo castra, et inferius iuxta mare quandam civitatem construxit miris ac robustis muris vallatam. In opere quorum cum tam nobiles quam mediocres iugiter insudarent, ipsum in tam brevi temporis spacio compleverunt, quod non posse credi Romanam civitate vel imperium perfecisse.

Caffaro e cont.ri, "Annales Ianuenses", Vol. II, pag. 176, 1174-1224
a cura di C. imperiale di Sant'Angelo, Tip. dei Lincei, Roma, 1901

Dalla città affamata e in rovina fuggono molti abitanti che, prostrati in ginocchio ai piedi del Martinengo, chiedono e ottengono il perdono. Tra questi vi sono parecchi de' Giudici: il Caffaro e il Gioffredo raccontano come alcuni di loro abbiano poi collaborato attivamente alle operazioni di assedio e agli attacchi contro la loro stessa gente.

... unde adeo penuria et necessitate compulsi fuerunt, quod major pars ipsorum edes proprias dimiserunt, ac pedibus Ianuensis prostrati, habitaculum civitatis nove ceperunt, offensionem et guerram ceteri facientes. Inter quos Iudices nobiles Victimilienses cives venerunt sua sponte potius quam volunctate coacta, qui pre ceteris fideles comuni Ianue usquequo extiterunt rebelles, et de eorum adventu a comunitate Victimili dampnum non modicum substulerunt.

Caffaro e cont.ri, "Annales Ianuenses", Vol. II, pag. 177, 1174-1224
a cura di C. imperiale di Sant'Angelo, Tip. dei Lincei, Roma, 1901

La cosa non deve stupire dato che, come efficace misura di pressione psicologica, i genovesi costringono tutti gli scampati, con le loro donne, i vecchi e i bambini, a restare nei baraccamenti militari sorti a ridosso del bastione, dove finiscono con il subire anch'essi le reazioni dei loro concittadini agli attacchi dei genovesi.

G. Rossi, "Storia di Ventimiglia", pag. 66-67, ed. Ghilini, Oneglia, 1886