1428 1428-1484 1484

Cosa si sa

Nascita e morte

Giovanni Battista de Judicibus nasce nel 1428 o 1429 a Finale Ligure da una ricca e nobile famiglia di origine ventimigliese. Secondo il Rossi il padre dovrebbe essere il conte palatino Francesco, mentre i registri dell'ordine domenicano indicano come genitore un certo Lorenzo.

Muore a Roma fra il 4 febbraio e il 15 aprile 1484, in data incerta.

Dal 1428 al 1460

Le fonti ricordano questo personaggio come Battista de' Giudici oppure frà Giovan Battista de Finaria perché si fa frate domenicano nel 1445 nel convento di santa Caterina di Finale Ligure. Più raramente invece si trova il cognome de Judicibus.

Dopo qualche anno di noviziato in monastero egli trascorre prevalentemente la sua gioventù presso lo Studium generalis Bononiensis sancti Dominici, ove ha inizio anche la sua carriera accademica. A Bologna viene promosso suddiacono il 19 giugno 1451.

…[omissis]… in ecclesia cathedrali apud altare sacristie, per d. Iacobum de Mutina, episc. Sebastensem.

C.Piana,
«Promozioni agli ordini sacri a Bologna …»
Quaracchi, Firenze, 1968,
pag. 127

Per tre anni è maestro di studio nella locale Accademia della quale viene nominato baccelliere nel 1456. Dal 1456 al 1470 egli è reggente dello Studium di san Domenico a Bologna. Il 25 febbraio 1458, sempre nella chiesa cattedrale di Bologna, viene fatto prete:

…[omissis]… per d. Iacobum de Savona, episc. Ventimiliensem …[omissis]…

Ibidem, pag. 139

Giovan Battista comincia assai presto la sua carriera di oratore e di scrittore. Nel 1457, ancora studente, durante un capitolo provinciale a Verona, tiene una "Oratio in laudem beati Petri martyris". L'anno successivo, appena fatto prete, scrive la sua prima e forse più famosa opera teologico spirituale, il "Serapion, sive trialogua de conptemptu mundi et amore religionis" (1458 - 1460).

Dal 1460 al 1472

Lector conventus sin da prima del 1460, magister studentium nel settembre del 1461 e baccelliere nel 1465, Giovanni Battista de Judicibus termina i suoi studi universitari nel periodo in cui a Bologna insegna anche il francescano Francesco Della Rovere che divenne poi cardinale di San Pietro in Vincoli e quindi papa col nome di Sisto IV. Successivamente si laurea in utraque legibus, ovvero diritto civile ed ecclesiastico.

Ego fr. Baptista de Finario fui institutus magister studentium a. D. 1460 mense septembris. Receptus fui in studentem 20 maii 1458. Ego fr. Baptista Finariensis fui iterum institutus magister studentium hoc sequenti anno, scil. 1461, quia successor noster fuit impeditus.

C.Piana, "Ricerche sulle Università di Bologna e di Parma nel sec. XV."
Quaracchi, Firenze, 1963, pagg. 283 e 284

Il 19 ottobre 1468 consegue il magistero in teologia ed entra a far parte del collegium teologale dell'Università, divenendo finalmente Doctor Ecclesiae. In quello stesso anno diviene Rettore dello studio di S. Domenico in Bologna, carica che terrà fino al 1471.

Giovanni Murialdo
"Il centro domenicano dalla fondazione (1359) alla soppressione ottocentesca"
in "La chiesa e il convento di Santa Caterina in Finalborgo"
Istituto Internazionale di Studi Liguri
SAGEP Editrice

A Savona Battista frequenta la famiglia Della Rovere come istitutore di Giuliano, nipote di Sisto IV, anch'egli futuro cardinale di San Pietro in Vincoli e poi papa con il nome di Giulio II, divenendo suo amico fraterno. Ben presto Battista diviene un autorevole esponente dell'Osservanza regolare del suo ordine e, in funzione appunto della grande reputazione guadagnatasi, verrà elevato al pontificato della diocesi di Ventimiglia il 22 aprile del 1471(1) per nomina di papa Paolo II.

(1) Il Gioffredo dice che nel 1468 muore il precedente Vescovo di Ventimiglia, Giacomo Fei, e che a sostituirlo è Giovanni Battista (Pietro Gioffredo, «Storia delle Alpi Marittime», Libri XXVI, pag. 1129).

(anni di Cristo 1468)
Morì in quest'anno Giacomo Fei Vescovo di Ventimiglia, di cui sopra facemmo menzione, e fu sostituito in suo luogo fra Battista De Giudici Domenicano nativo di Finale, Maestro in Teologia, uomo cospicuo in dottrina (Ughel.), come attestano i di lui commentarii sopra gli Evangelisti ed altre opere approvate; e che dopo aver quella chiesa amministrato sino al 1483 fu trasferito all'arcivescovado di Amalfi, e poi a quello di Patrasso nella Morea. Intanto gli fu di mestieri usar vigilanza contro certi eretici introdottisi in Sospello ed altri luoghi di sua diocesi, dei quali alcuni furono fatti abbruciare dal suddetto Claudio Bonardi Vicegovernatore (Arch. Hospit.).


In realtà, prima di Battista, risulta un altro Vescovo, ovvero Stefano de Robiis, che assume il ruolo il 1º giugno 1467. L'Ughelli anticipa questa nomina al 10 maggio 1469 (Biblioteca Vaticana, “Ottob. lat. 704”, ff 119r-128v). L'Eubel invece riporta la data del 22 aprile 1471 indicando come fonte le Schede di Garampi presso l'Archivio Segreto Vaticano:

ob. Stephani | Joannes Bapt. de Judicibus de Finario | 1471 Apr. 22 | Schede di Garampi

Battista si trasferisce subito nella sua diocesi dandosi un gran da fare per ripristinarne la floridezza economica e spirituale. A tal fine erige cappelle, restaura chiese, ordina diaconi e sacerdoti e soccorre i bisognosi. Battista è comunque molto esigente circa il puntuale pagamento delle decime. Seguendo i metodi dell'epoca abbonda anche nella vendita delle indulgenze, coadiuvato dal suo vicario, l'arcidiacono Bartolomeo Gaudo.

"Regesta Episcopi Justiniani", Doc. I

Nel primo anno del suo vescovado, il 31 luglio 1471, Battista investì dei loro feudi i fratelli Guarniero e Ottone, conti di Ventimiglia.

Giovanni Battista Semeria
"Secoli cristiani della Liguria"
Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1843

Ma Battista è anche uno strenuo difensore del cattolicesimo dall'eresia e dai turchi infedeli. La persecuzione dell'eresia albigese, non completamente domata nel secolo precedente dalla crudele crociata che aveva sconvolto per decenni la Francia meridionale durante il regno di Luigi IX il Santo e quelle altrettanto feroci contro i valdesi delle valli Pellice e Chisone spinge molti poveracci a trovar rifugio nelle più selvagge regioni alpine e quindi anche nelle Alpi Marittime e nell'aspra diocesi ventimigliese. Pertanto, da buon soldato della chiesa e in linea con la politica anti eretica di Roma, Battista de Judicibus si attiva per estirpare la mala erba dalla sua diocesi. Egli inquisisce e giudica severamente i sospetti di eresia e crudelmente affida molte esecuzioni capitali, mediante lo strangolamento e il rogo, al suo braccio secolare, rappresentato dal governatore di Nizza Claudio Bonardi. È rimasta famosa una pubblica esecuzione collettiva a Sospello di eretici valdesi o albigesi sfuggiti alle crociate private dei duchi di Savoia.

Gioffredo, "Storia delle Alpi Marittime"
col. 1129, in Mon. Hist. Patriae Ugusta Taurinorum, 1839
G. Rossi, "Storia di Ventimiglia", pag 167

Racconta a riguardo il Peitavino:

…[omissis]…
Fu nei primi anni del suo Episcopato, cioè nel 1475, mentre il De-Giudici era legato pontificio a Benevento, che nella valle superiore del Roia si eccitò una grande divozione verso la SS. Vergine.
…[omissis]…
Il De-Giudici avendo trovato nella sua diocesi alcuni paesi infetti da eresia, con ogni mezzo cercò di sradicare quest'erba maligna. Valendosi del braccio secolare del governatore di Nizza, Claudio Bonardi, non pochi individui fece salire sul rogo in Sospello.
…[omissis]…

pagg.215-218
Nicolò Peitavino, Intemelio
"Conversazioni storiche, geologiche e geografiche
sulla città e sul distretto Intemeliese"
Savona, Stab. Tipografico Ricci, 1923

Fonti contemporanee più benevole, forse perché di parte agiografica domenicana, escluderebbero queste attività persecutorie di Battista, poiché sembrerebbe che egli non abbia mai soggiornato a lungo a Ventimiglia, ma sia stato invece subito cooptato nella Curia romana. Comunque, durante il suo lungo soggiorno romano, Battista verrà frequentemente delegato da Sisto IV a effettuare importanti inquisizioni e approfondite indagini disciplinari anche all'estero, Francia, Baviera e nel principato ecclesiastico di Trento.

Nel 1472 il cardinale di San Pietro in Vincoli Francesco Della Rovere viene elevato al seggio pontificio con il nome di Sisto IV. Il papa conferma il suo protetto Battista de Judicibus quale vescovo di Ventimiglia, gli apre la strada alla curia vaticana, lo nomina legato pontificio e quindi lo investe dell'importante, se pur periferico, governatorato di Benevento.

Mario della Vipera, "Memorie di antiche famiglie beneventane"
Biblioteca Provinciale di Benevento, coll. di arch. Mss IX - 23


Giovanni Battista è stato primo co-ordinante dei vescovi Garcia Menezes † (1472), Bishop Dominique Boursey † (1474) e Bishop Pierre Szegedino † (1475).

Les Ordinations Épiscopales, Year 1471, Number 11

I fatti del 1475

Il 23 marzo 1475, un giovedì santo, scoppia uno scandalo enorme che mette a rumore la curia, preoccupa il papa e mette a repentaglio le già pessime relazioni diplomatiche tra Sisto IV e Venezia. A Trento, capitale del grande Tirolo, dominato dal vescovo principe Giovanni Hinderbach (1465-1486), scompare Simone, un bimbo biondo di due anni e mezzo. Dopo qualche giorno viene trovato brutalmente ucciso. Subito la popolazione, da tempo istigata dalla onnipresente e faziosa predicazione francescana ad attribuire agli ebrei ogni possibile nefandezza, accusa di omicidio rituale la microscopica comunità ebrea locale: tre famiglie, 30 persone in tutto. Il vescovo forse per debolezza politica ma, più probabilmente, per venale interesse personale, asseconda la tendenza popolare, arresta, processa sommariamente, fa torturare in modo bestiale e quindi trucidare 15 ebrei, confiscando infine tutti i beni della piccola comunità. Con il beneplacito dei suoi governanti, il popolo trentino entusiasta comincia immediatamente a venerare san Simonino, con manifestazioni ritenute a Roma intempestive ed eccessive, che rasentano il fanatismo e l'eresia. Il culto, poi confermato, si diffuse nel vasto territorio del Tirolo di qua e di là delle Alpi, e venne abrogato dalla Chiesa soltanto ai tempi nostri.

L'opinione pubblica della confinante serenissima repubblica di Venezia, più evoluta e progressista, e il granduca Sigismondo d'Asburgo si scandalizzano e fanno subito forti pressioni su Roma. Il papa è così costretto a intervenire per accertare la legittimità di metodi tanto sbrigativi e truculenti. Il 3 agosto dello stesso anno, quindi, Sisto IV nomina commissario apostolico Battista de Judicibus, con il compito di accertare i fatti, raccogliere ed esaminare gli atti del processo, verificare la legittimità delle procedure seguite, per riferirne al papa e successivamente a un tribunale di appello della curia.

Il tribunale d'appello è composto dai cardinali Angelo Capranica, titolo Prenestino, Jacopo Ammannati Piccolomini, titolo Tuscolano, Ausia de Podio, titolo di santa Sabina, Filippo Hugonet, titolo di san Lorenzo in Lucina e dei santi Giovanni e Paolo, e Francesco Todeschini Piccolomini, titolo di san Eustachio, e sul suo operato incombe l'ombra inquietante del segretario di stato, cardinale Rodrigo de Borjes.

Battista si trasferisce immediatamente in Trentino, ma nonostante ogni cautela iniziale, egli giunge ben presto ai ferri corti con il potente, ignorante, intrigante, arrogante e avido vescovo trentino. A Battista venne tuttavia negata ogni collaborazione da parte della diocesi e delle autorità civili locali, in particolare del podestà bresciano Giovanni de Salis. Non solo, ma viene persino minacciato di morte e così, per motivi di sicurezza e perché ammalatosi nel frattempo, è costretto a portare la sede della sua inchiesta nella vicina Rovereto, in territorio veneziano.

Il vescovo di Ventimiglia, malgrado l'ambiente ostile che lo riceve, si comporta in modo equilibrato e prudente e, esclusivamente per amore di chiarezza e verità, non si risparmia in tentativi di conciliazione sia con il governo trentino sia con la comunità ebraica residua che reclama una vera giustizia. Ogni suo sforzo però fallisce per l'altrui intransigenza. Battista mantiene una fitta corrispondenza con il papa per tenerlo aggiornato sull'andamento dell'inchiesta, esplicitando senza infingimenti il proprio convincimento del-l'assoluta innocenza degli ebrei, dell'enormità del massacro e dell' aber-razione eretica rappresentata dall'ormai radicato culto di san Simonino. Ma a Sisto sta nel frattempo giungendo anche una marea di proteste, di let-tere calunniose (generalmente anonime) e di invettive circa un presunto scorretto comportamento del suo legato apostolico (accusato di essere sta-to, sin da prima del suo arrivo a Trento, al soldo degli ebrei). A Roma l'Hinderbach può contare sull'appoggio di molti cardinali ed in particolare del potentissimo e temibile segretario di stato, il cardinale Rodrigo de Borijes (futuro papa Alessandro VI Borgia).

Attorno al legato pontificio si fa il vuoto. Nel frattempo egli ha temporaneamente sottratto alle mani del carnefice le famiglie dei 15 ebrei torturati e uccisi e riaffidato alle madri i bambini ed i ragazzi che l'Hinderbach ha destinato all'orfanotrofio e all'educazione forzata nella religione cristiana. Inoltre, coadiuvato dal suo segretario e aiutato dai veneziani, Battista riesce persino a scovare un testimone oculare dell'omicidio, un certo Angelino di Termeno, e a identificare un indiziato, forse il vero responsabile dell'uccisione di Simone, il disadattato Iohannes Achweizer. Battista raccoglie prove circostanziali e persino la confessione dell'omicida, il tutto senza tortura.

Il primo dicembre del 1475 Battista de Judicibus rientra a Roma, presenta al tribunale dei cardinali la documentazione raccolta accompagnandola, per tutto commento, da una sua "Apologia Iudaeorum contra Iohannem Hinderbach, episcopum Tridentinum", nella quale manifesta chiaramente tutta la sua riprovazione per il comportamento dell'autorità politica, civile e religiosa di Trento e per il culto paganeggiante rivolto a san Simonino dal popolino ignorante con l'eretico consenso del vescovo principe.

Ma il vescovo principe trentino è un'uomo molto potente e assai influente sulla curia romana e ha dalla sua proprio i cardinali del tribunale di appello. Questo infatti conclude i suoi lavori assolvendo vescovo e amministrazione trentina da ogni accusa sollevata da Battista. Questa risoluzione della diatriba e la campagna denigratoria orchestrata da Trento e diretta a Roma con argomentazioni calunniose dal velenoso bibliotecario vaticano monsignor Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, hanno un certo effetto su Sisto IV che, stanco di quello che oramai è diventato uno scandalo internazionale, viene facilmente indotto a punire il suo pupillo. Battista viene allontanato da Roma e torna a Benevento dove già da tempo era governatore.

In seguito Battista risponderà polemicamente al Platina con la sua vivace e caustica "Invectiva contra Platinam".

Da notare come in alcuni autori si fa riferimento al fatto che Battista venne allontanato a questo punto prima verso Benevento, di cui era governatore, e poi verso la Linguadoca. Si tratta della stessa area dove tutt'ora c'è un ramo moderno dei de Judicibus, in Francia. Potrebbe tuttavia trattarsi solo di una coincidenza.

La Linguadoca-Rossiglione (spesso chiamata solo Linguadoca) è una regione storica sulla costa meridionale della Francia, che si estende dalla Provenza ai Pirenei, al confine con la Spagna.

Il commissario apostolico cadde in disgrazia: allontanato da Roma, prima a Benevento e poi in Linguadoca …[omissis]…

Anna Esposito, Diego Quaglioni
Processi contro gli ebrei di Trento (1475-1478)
CEDAM, 1990

Dal 1475 al 1482

Come governatore di Benevento, Giovanni Battista de Judicibus opera con soddisfazione del papa tanto che ben presto riacquista per sé e i suoi familiari i suoi favori.

Quanto al tempo in cui Ebrei giunsero a Benevento, esso è da assegnarsi «non più tardi del secolo XI», perchè una carta ricorda le tincta hideorum fra i beni pubblici pervenuti, in quel secolo, alla sede apostolica in Benevento, dove, sul principio della seconda metà del secolo XII, gli Ebrei ebbero anche il loro cimitero. Coi Beneventani vissero dapprima in rapporti amichevoli, ma poi, per la loro diversa fede religiosa, vennero considerati quasi stranieri dai cittadini cristiani. Come in altre città d'Italia, anche in Benevento furono colpiti da una specie d'infamia, e papa Pio II, con bolla data in Mantova nel 1459, li obbligò a portare certum signum, e nel 1469 Paolo II ordinò a Corrado Capece, governatore di Benevento, di non accordare, da quel momento, agli Ebrei «aliquam gratiam, concessionem, aut remissionem». Ma il 3 luglio 1470 lo stesso Paolo II, dando ascolto forse ai loro lamenti, prescrisse ch'essi dovessero essere rispettati: cosi pure, nel 1477, il governatore Battista de' Giudici dichiarò che non si usasse contro di loro «iniuriam aliquam seu molestiam». Più tardi però gli Ebrei, che già prima del 1470 tenevano in Benevento «banchum ad mutuandum pecunias ad usuras», nella prima metà del secolo XVI, aprirono nella città dei pubblici granai, ossia magazzini di frumento, «praeter communem usum Haebreorum aliarum terrarum». A frenare codesta loro avidità provvide papa Giulio III con la lettera apostolica del 2 maggio 1550. Dopo quell'anno i documenti del tempo non accennano più alla dimora degli Ebrei a Benevento.

Pietro M. Lonardo,
«Gli Ebrei a Benevento, con documenti inediti»
pagg. 25-29, Benevento, Stabil. Tip. D'Alessandro, 1899.

Rivista Storica Italiana Pubblicazione Bimestrale
Diretta aal Prof. C. Rinaudo
Con la Collaborazione di Molti Cultori di Storia Patria
Volume XVII (V della N. S.)

Dopo qualche tempo, pur conservando sia l'importante carica di governatore di Benevento che l'episcopato di Ventimiglia, Battista rientra infine nella capitale e viene reintegrato nel suo ruolo in curia e riceve numerosi incarichi di fiducia, quasi sempre di carattere inquisitivo. Continua la sua produzione libraria sia di genere teologico che letterario filosofico con pregevoli risultati. Riprende anche la sua attività di rétore curiale e scrive sermoni ed eulogie per le esequie solenni di importanti personaggi.

Sino alla sua morte, Giovan Battista de Judicibus de Finaria sarà un rinomato professore in umanistica e teologia, un retore di grande fama e un esperto polemista e apologista, tenuto in gran conto dal suo Ordine e dalla curia romana per gli studi indefessi e per i dotti saggi pubblicati, acquisiti agli annali della Chiesa, tanto che il suo personaggio verrà apologeticamente inserito nel Registro dei Grandi Predicatori. A Roma egli stringe amicizia con uomini illustri ed autorevoli della locale intellighenzia sia ecclesiastica che laica, intrattenendo con essi intensi rapporti epistolari e rimanendo in contatto con circoli umanistici di tutta la penisola. Battista partecipa a numerosi dibattiti e polemiche e mantiene stretti legami con l'ambiente colto e progressista della capitale, nonché con la numerosa colonia genovese di Roma e i circoli politici ed economici liguri, dei cui interessi è, probabilmente, un attivo lobbista a Roma.

Nel 1479, su ordine di Sisto IV, Battista compone due libri "De canonizzazione b. Bonaventure olim cardinalis ex ord. Min. ad Xistum IV".

Il 26 aprile 1482, a Battista viene in fretta e furia ordinato di scambiare la sua diocesi con quella di Amalfi(1).

Qui 26 Apr. 1482 ad eccl. Amalfitan. translatus est (translato ad eccl. Vigintim. Guilelmo epo. Virdunen., cfr. Obl. 83, 77), sed hae translationes effectu caruerunt, quare Joannes suprad. ab Amalf. ad Vigintim. retrasfertur 4 Febr. 1484, simul in aepum. Patracen. promotus (Sixt. IV Lat. a. 13 l. a. 13 l. 1 f. 280).

Conradum Eubel, S. Theol. Doct.
"Hierarchia Catholica Medii Ævi"
"Ab anno 1431 usque ad annum 1503 perducta"
Vol. II, Monasterii 1914

(1) Questo punto è molto controverso. L'Ughelli afferma che Battista scambiò effettivamente la sua diocesi con quella dell'arcivescovo di Amalfi Guglielmo. Lo stesso afferma l'Eubel, sempre in riferimento a Guglielmo, come si può leggere sopra. Il Semeria e padre Renaldi invece affermano che Battista rifiutò il trasferimento, dato che tra l'altro dal 1475 al 1485 era arcivescovo di Amalfi non Guglielmo ma Giovanni, fiorentino, figlio di Ottone Nicolini. A tal riguardo si fa anche notare che a fare l'orazione alle esequie, tenutesi in San Pietro a Roma, del Capitano della Milizia Roberto Malatesta il 25 settembre 1482 (Rerum Ital. Scriptores, tom. III, part.2, pag. 1078) fu il vescovo di Ventimiglia, davanti a papa Sisto IV e a dieci cardinali. Anche se la fonte in questione non specifica chi fosse tale vescovo, noi sappiamo da altre fonti che quella orazione fu scritta da Giovanni Battista.

Scrive il Peitavino riguardo l'orazione funebre del Capitano della Milizia Roberto Malatesta:

…[omissis]…
Narra il Muratori che celebrandosi in Roma nella basilica di S. Pietro esequie solenni al Capitano Roberto Malatesta, alla presenza di Sisto IV° e di dieci cardinali, recitava l'orazione funebre il Vescovo di Ventimiglia che era intimo amico del Cardinale Giuliano Della Rovere.
…[omissis]…

pagg.215-218
Nicolò Peitavino, Intemelio
"Conversazioni storiche, geologiche e geografiche
sulla città e sul distretto Intemeliese"
Savona, Stab. Tipografico Ricci, 1923

Battista conserva la metropolitana di Amalfi per poco meno di due anni, perché nel febbraio 1484 — il 2 per l'Ughelli, il 4 per l'Eubel — viene nuovamente traslato a Ventimiglia. Nel 1483 Sisto IV, sempre conservandogli la diocesi di Ventimiglia, lo nomina arcivescovo di Patrasso. Patrasso è all'epoca un importantissimo caposaldo strategico avanzato di Venezia e della cristianità, situato com'è sulla costa ionica della Grecia già tutta nelle mani del sultano ottomano, e quindi un baluardo di fondamentale importanza per contrastare l'espansione turca, che tanto danno sta portando alla Dalmazia e alle coste meridionali italiane.

F. Ughelli, "Italia Sacra", vol. IV col. 308 e vol. VII col.244, Venezia, 1719

Il 12 agosto del 1484 muore il vecchio Sisto IV. Giuliano Della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincoli, savonese e nipote di Sisto IV, nemicissimo del Borgia e dei suoi intrallazzi simoniaci per essere eletto, conscio di non avere al momento molte possibilità di venire eletto, appoggia la candidatura del vecchio cardinale e arcivescovo di Molfetta Gianbattista Cybo che finalmente riesce ad ascendere al Soglio con il nome di Innocenzo VIII. Nel 1484, anche Giovan Battista è colto da improvvisa morte in Roma a soli 55 anni. Della scomparsa di Battista è particolarmente rattristato proprio Giuliano il quale, a distanza di quasi 15 anni dalla morte disporrà l'erezione a proprie spese di un monumento funebre in onore del suo grande amico, nella bellissima basilica gotica domenicana di Santa Maria sopra Minerva, a lato del Pantheon di Roma.

Non si conosce la data esatta della morte di Battista, ma gli storiografi domenicani pensano che questa debba comunque essere avvenuta prima del 15 aprile 1484, cioè antecedente alla morte di Sisto IV e ai sanguinosi disordini che ne conseguirono. Questo perché i documenti vaticani riportano che in quella data l'esistenza di problemi di successione per la diocesi di Ventimiglia.


Giovanni Battista è stato primo ordinante dei vescovi Gabriel de Franchis, O.P. † (1482) e Pierre Carré, O.P. † (1484).

Les Ordinations Épiscopales, Year 1471, Number 11

Iscrizioni

Il monumento sepolcrale in S. Maria sopra Minerva a Roma

Queste sono alcune foto del monumento sepolcrale dedicato dal Cardinale S.R.E. di San Pietro in Vincoli Giuliano della Rovere, poi Papa Giulio II, alla memoria del suo precettore e amico Arcivescovo Giovan Battista de Judicibus. Il monumento, fatto a spese del Cardinale circa 15 anni dopo la morte di Battista, un tempo era posto sul pavimento dell'andito che andava dal cortile del monastero domenicano alla Basilica di Santa Maria Sopra Minerva in Roma e perciò assai usurato dal calpestio, si trova ora murato sulla parete sul lato sinistro della porta dell'attuale sacrestia.

Lastra completa
Lastra completa - Foto di Dario de Judicibus
Lastra - Volto
Lastra, volto - Foto di Dario de Judicibus

Come riportato da Padre Agostino Galleani in un manoscritto inedito tuttora di proprietà di Giorgio Galleani di Ventimiglia

[...omissis...]
La Famiglia de Giudici non è stata sterile di Soggetti; poiché molti sono stati Dottori, e molti Governatori del Nobil Borgo di Finale per li Marchesi Del Carretto. Nacque in Finale Battista Giudici Vescovo di Ventimiglia, e poi di Patrasso grand'amico del Cardinale della Rovere figlio del Duca di Urbino; e morendo in Roma le fu da lui eretto un sepolcro in forma di deposito(1) nella Minerva con l'iscrizione infrascritta

Baptista de Judicibus
humanae
divinaque doctrinae erudito
Pontifici Inteliemensi,
postea Patracensi
familiari suo
posuit
Julius Presbyter Cardinalis de Rovere.

Padre Agostino Galleani
"Notizie delle famiglie di Vintimiglia"
Titolo sul frontespizio:
"Notizie cavate dagli scritti, che hà lasciati il
Sig. Giuseppe M.a Bellomo Notaro Cancelliere ed Archivista
del Commune della Città di Vintimiglia. M.S. Primo."
manoscritto inedito

(1) Risulta quindi evidente come il sepolcro fu fin dall'inizio un monumento alla memoria di Giovanni Battista e non la sua tomba (un sepolcro in forma di deposito), il che ci fa pensare che Giovanni battista sia stato assassinato alla morte di Sisto IV, suo protettore, e che il cadavere sia stato buttato nel Tevere o comunque non abbia avuto degna sepoltura. Ricordiamo che il sepolcro fu eretto solo 14 anni dopo.


Posizione della lastra
Posizione della lastra

Lastra tombale
Lastra tombale

Il monumento è costituito da una lastra di marmo color avorio portante un bassorilievo a mezzo tondo di ottima fattura, che mostra la figura del prelato con i paramenti sacri, pressoché in grandezza naturale con ai piedi l'epigrafe dedicatoria. Nell'angolo inferiore destro traspare il graffito di una piccola insegna su scudo a testa di cavallo, dal quale è stato possibile ricalcare una croce arcivescovile e altri linee probabilmente relative a un'insegna nobiliare. La cornice, assai bella, manca del tutto sui lati sinistro e inferiore. Il volto del defunto e le mitra sono molto usurati. Sembra tuttavia di intravvedere alla base del copricapo la punta laterale di una corona comitale.

Schizzo a mano libera di Stefania de Judicibus.

L'epigrafe è leggermente danneggiata sul lato sinistro e molto consumata, ma ancora leggibile:

BAPTISTAE EX IVDICIS HVMANAE
DIVINAEQ. DOCTRINAE P.FESSORI
PONTIFICI INTIMILIENSI POST. PA
TRACENSI Q. VIX. AN. LV
IVLIANVS CARD. S. P. AD VINCVLA
FAMILIARI OPT. ET B.M.

ovvero:

A Battista de Judicibus, professore in lettere e teologia, vescovo di Ventimiglia e poi di Patrasso, che visse cinquantacinque anni, amico e buon maestro di Giuliano, Cardinale di S. Pietro in Vincoli.

Epigrafe posta sulle Mura di Benevento

Epigrafe marmorea, non più esistente, già posta sulle mura di Benevento.

SEDENTE SIXTO PONTIFICE MAXIMO
BAPTISTA EPISCOPO VINTIMILIEN. GVBERNATORE
OCTO CONSVLIBVS EX PVBLICIS OFFICIALIBVS SVMPTVM FACIENTIBVS
HÆC TVRRIS CVM PORTA A FVNDAMENTIS
ÆDIFICATA EST VETERE PRIORE DEJECTA 1475
AN. 1477 X KAL. SEPTEMB.

Traduzione

Sotto il pontificato di Papa Sisto, il 10 settembre del 1477, Battista vescovo di Ventimiglia, governatore, e otto consoli in qualità di pubblici ufficiali, inaugurano questa porta turrita, ricostruita dalle fondamenta al posto di quella antica crollata nel 1475.

Vincenzo Forcella
"Iscrizioni delle Chiese e d'Altri Edificii di Roma dal Secolo XI fino ai Giorni Nostri"
Vol I, pag 428
Roma: Tipografia delle Scienze, Matematiche e Fisiche, 1869-1884

Busto marmoreo nella Loggia del Parlamento a Ventimiglia

A Ventimiglia, l'8 giugno 1715, il magistrato dell'abbondanza in carica appone una lapide apologetica sotto un busto marmoreo di Giovan Battista, collocato nella sala municipale ovvero nella Loggia del Parlamento. Accanto vi è quello dell'altro benemerito cittadino Antonio Palmari. Busti e lapidi verranno frantumati e dispersi dalle truppe francesi nel 1792, durante la rivoluzione francese.

G. Rossi, "Storia di Ventimiglia", pag. 334

Lo stemma di Giovan Battista

Nella Diocesi di Ventimiglia, al pian terreno, c'è una stanza su una parete della quale sono appesi un certo numero di piatti di ceramica, ognuno riportante al centro lo stemma di un vescovo di Ventimiglia. Fra questi c'è anche lo stemma di Giovan Battista de Judicibus (1428-1484), Vescovo di Ventimiglia dal 1471 al 1482.

Piatto con stemma
Piatto con stemma
Stemma centrale
Stemma centrale

Presso la Curia vescovile di Ventimiglia si trova una decorazione fine ’800 su cui è riportata lo stemma di Iohannes Baptista Judex, Vescovo di Ventimiglia dal 1471 al 1482.

Iohannes Baptista Judex - Stemma
Iohannes Baptista Judex - Stemma
(Immagine cortesemente fornita da Frank Vigliani)

Notare che mentre nelle ceramiche i gigli sono posti nel verso della pezza ovvero in banda, nella decorazione ottocentesca sono posti in palo.

Documenti

Opere scritte da Giovan Battista de Judicibus

1457 «Oratio in laudem beati Petri martyris»
1458-1460 «Serapion, sive trialogua de conptemptu mundi et amore religionis»
1475 «Apologia Iudaeorum contra Iohannem Hinderbach, episcopum Tridentinum»
147? «Venetis per Joannem Emericum de Spira» (anno incarnationis MCCCCXCV sexto kal. maii)
147? «Invectiva contra Platinam»
147? «Dialogus de migratione Petri (Riarii) Cardinalis Sancti Sixti»
1479 «De canonizzazione b. Bonaventure olim cardinalis ex ord. Min. ad Xistum IV» (2 vol.)
14?? «Commentaria super evangelia aliaque doctissima probatissimaque opera»
14?? «Dialogus super evangelium dediscipulis euntibus in Emmaus»
14?? «Dialogum de religione»
14?? «Commentaria in libros IV sententiarum»
14?? «Orati in funere Christopher Rovere, Cad. Tarantasiensis», in 4E edit. Rom. Saec. XV, Exst. D.V. II in CCC

Il manoscritto di Mons. Della Vipera

Qui i seguito è riportata una pagina del manoscritto intitolato "Memorie di antiche famiglie beneventane" di Mons. Mario Della Vipera, Arcidiacono della cattedrale di Benevento, conservato presso la Biblioteca Provinciale di quella città al collegamento d'archivio Mss IX-23.

Casa (di) Ventimiglia

Fu prima cognominata de Judicibus. Piantò questa Casa Tommaso de Judicibus, quale venne in Benevento con Monsignor Battista Vescovo di Ventimiglia, suo zio, mandato da Papa Sisto IV per Governatore.

Si casò costui con Laura di Morra, come si vede negli atti della Curia Arcivescovile di Benevento fatti l'anno del Signore 1489 per la validità di detto matrimonio, ove il detto Tommaso si cognomina de Judicibus, e così trovasi cognominato anche nei capitoli matrimoniali di Pietro Cola Griffo con Margarita Mascambruno, stipulati dal Notaio Fran.co Favagrossa di Benevento l'anno 1501 ad ii di giugno, e con il medesimo cognome de Judicibus si cognomina il predetto Vescovo in un decreto che fa per esecuzione del Breve di Protomedico di Benevento in persona di Giulio del Sindico seniore.

Dal sud.o Tommaso nacque Lorenzo, quale, alla morte del padre, si cognominò di Morra, cognome della madre, e così si cognominarono ancora Pompeo ed Aurelia, figlia di Lorenzo, come in parte si vede nei Capitoli Matrimoniali d'essa Aurelia con Annibale Mascambruni stipulati da Notar Geronimo Majale l'anno del Sig.re 1554 come anche nel processo intitolato "Beneventana Confinia" a ... cart. 380 al che si conserva nell'"Archivio de Deputatis dé Confini", ed anco i figli di Pompeo si cognominarono loro ancora di Morra, quali a tempo nostro con li figli lasciato il nome di Morra si cognominarono di Ventimiglia, ma con quale raggione abbiano ciò fatto non lo so. Mi persuado sebene che lo abbiano fatto con ottima raggione.

È di molto ornamento di questa Casa Cesare Ventimiglia, figlio di Pompeo, e pervenuto a costumi riguardevoli, che perciò nostro Paolo Papa V lo mandò per Aud.e della Nunziatura di Spagna, quale dopo lo medesimo Papa lo prepose a Vesc.o di Terracina, e tuttavia esercita tal carica con vigilanza, prudenza e decoro della dignità Vescovile.

Ha questa Casa la sua Cappella nella Chiesa di San Domenico. Sono le sue insegna una banda scacchiata d'argento et azzurro in campo rosso, inquartata con un campo mezzo d'oro e mezzo rosso.

[N.d.A.] Il ritrovamento di questo documento, una cui copia è stata trovata da mia sorella Stefania, è stato l'evento che ha portato mio padre Danilo a iniziare una lunga ricerca genealogica sulla nostra famiglia. Agli inizi degli anni Ottanta ho iniziato ad aiutarlo e ho incorporato anche il materiale raccolto da mio nonno Filippo sui Giliberti. Entrambi hanno portato avanti questi studi finché hanno potuto. Io ne ho raccolto l'eredità. (Dario de Judicibus)

Il Registro dei Grandi Predicatori

Dal “REGISTRO DEI GRANDI PREDICATORI”, conservato presso la Biblioteca Casanatese di Roma, TOMO I, Ordinis Predicatorum (Domenicano), pag.867.

F. BAPTISTA DE'GIUDICI, seu de Judicibus patria Finariensis apud Ligures clara de'Giudici ortus familia ordinem in congregatione utriusque Lombardiæ tum maxime florente professus est, in eaque sic forum incocenti, virtutisque studio, prudentia, eruditione et eloquentia claruit, ut ad insulas Ecclesia Vintimiliensis in Liguribus a Paulo II summo pontefice promoveri meruerit anno MCCCCLXIX die XXII aprilis, quam ille vigilantissimi pastoris onus implendo sanctissime rexit ad annum usque MCCCCLXXXIII, quo aprilis XXIII ad Amalphitanam erectus translatusque est metropolim in Picentinis. Hanc tamen ille paucis retinuit mensibus ad Vintimiliensem et abdicatam reversus iterum sponsam assumpto titulo Patracensis in Peloponeso archiepiscopi anno MCCCCLXXXIV, quo non multum postea gavitus est, Romæ fato functus, et ad Minervam Prædicatorum honorifice tumulatus, quo die et anno non omnino compertum, hac a Juliano S.R.E. cardinali postmodum inscriptione laudatus ad tumulum posita:

Baptistæ de Judicibus humanæ
divinæque doctrinæ professori,
pontifici Intermiliensi, post Patracensi,
qui vixit annos LV
Julianus cardinalis S. Petri in Vincula
familiari optimus et Bonus Magister.

Baptistam hunc Alphonsus Fernandez a Finarensium dominis et judicibus autumavit, judicis hoc nomen officii dignitatisque putans, quod gentilitium agnomen est familiæ apud Finarienses insignis et perantiquæ, que vulgo dicitur De' Giudici, quæ clarissimos bello pacequæ viros patriæ tulit, Baptistæ nostri meminit Leander fol. 125 b, laudatque ut virum eloquentem, et in dolandis verbis artificem optimum. Videndi et de eo Fontana in Theatro, et Ughellus Ital. Sac. T. IV col. 437, et T. VII col. 331, ubi quem Baptistam nude T. IV scripserat, Joannem Baptistam appellat. Vulgo tamen nostrum hunc de Judicibus Baptistæ tantum audisse nomine proprio cæteri testantur auctores, Lusitanus, Pius, Lopez, Abbas Michæl Justiniani Scrittori Liguri, Oldoinus Athen. Ligust. Altamura ad 1484. Quæ verò ille sui posteritati reliquerit ingenii minimenta, hæc circumferuntur: Commentaria super evangelia aliaque doctissima probatissimaque opera. Dialogus super evangelium dediscipulis euntibus in Emmaus doctus, festivus, et eloquentia apprime redolens solus laudatur a Leandro, qui proinde viderit ac legerit. In descriptione verò Italiæ, ubi de Liguria, meminit illius celebrem ac notum Dialogum de religione, quo loquendi modo innuere videtur eumdem esse cum priore. Indicat tamen et alia eum edidisse opera. Rovetta ad 1487 pro more hæc omnia minutatim distinguens addit et Commentaria in libros IV sententiarum.

Illa verò ubi extent impressa vel MS cùm nullus aperiat, gentilium aut aliorum qui res ipsi manibus et oculis tractare possunt, excutiat diligentia.

Traduzione:

Frà Battista de' Giudici, ovvero de Judicibus, nato a Finale Ligure dall'illustre famiglia de' Giudici, si fece sacerdote nella congregazione allora la più fiorente d'Italia ed in essa tanto si distinse per correttezza di costumi, ambizione a eccellere, saggezza, erudizione ed eloquenza, da meritarsi il 22 aprile del 1469, l'assegnazione della diocesi di Ventimiglia, in Liguria da parte di papa Paolo II; Battista resse tale diocesi adempiendo assai santamente ai doveri di vigile pastore sino all'anno 1483 quando, il 23 aprile, venne trasferito nella città di Amalfi in Campania la cui arcidiocesi tenne tuttavia soltanto per pochi mesi perché tornò a quella di Ventimiglia, come si ritorna ad una sposa prima abbandonata e poi ripresa, per assumere nel 1484 anche il titolo di arcivescovo di Patrasso nel Peloponneso; non godette però a lungo di tale incarico poiché morì poco dopo, colto dal destino a Roma, e onorevolmente sepolto in Santa Maria sopra Minerva, la chiesa dei Domenicani, non si sa in quale anno e giorno, elogiato dalla seguente iscrizione posta successivamente sul suo sepolcro da Giuliano cardinale di Santa Romana Chiesa:

A Battista de Judicibus, professore di diritto civile ed ecclesiastico, arcivescovo di Ventimiglia e poi di Patrasso, che visse cinquantacinque anni, amico fraterno e buon maestro di Giuliano, Cardinale di san Pietro in Vincoli.

Alfonso Fernandez fa discendere Battista dai signori e giudici del Finaliese, ritenendo questo cognome collegato alla dignità e all'ufficio di magistrato; questo cognome gentilizio appartiene a una famiglia illustre e antichissima di Finale, denominata in lingua volgare de' Giudici, la quale diede alla Patria uomini assai insigni in pace ed in guerra.

Leandro, al foglio 125 b, ricorda il nostro Battista e lo loda come un uomo eloquente e ottimo artefice di discorsi ricercati. Parlano di lui anche il Fontana nel suo "Teatro", e l'Ughelli in "Italia Sacra", al Tomo IV, col. 437 e al Tomo VII, col. 331, ove colui che aveva inizialmente chiamato soltanto Battista viene poi denominato Giovan Battista. Altri autori quali il Lusitano, Pio, Lopez, l'abate Michele Giustiniani nei suoi "Annali liguri", Oldoino nell'"Athenaeus Ligusticum" e l'Altamura nel 1484, testimoniano di aver comunemente sentito nominare questo nostro de Judicibus con il solo nome proprio di Battista. Degli scritti che Battista lasciò a testimonianza del suo ingegno, questi sono quelli pubblicati:

“Commentari sui Vangeli e altre stimatissime e dottissime opere”; “Dialogo sul Vangelo e intorno ai discepoli che andavano ad Emmaus”, libro dotto, festivo, eloquente e il solo lodato dal Leandro, che appunto lo vide e lo lesse; questi nella “Descrizione dell'Italia”, ove parla della Liguria, ricorda di lui il celebre e noto “Dialogo sulla Religione”, in cui appare egli stesso in contraddittorio con l'autore sulle modalità della eloquenza. Leandro conclude dicendoci che Battista aveva pubblicato anche altre opere; verso il 1487 il Rovetta, in un minuto elenco dei suoi scritti, aggiunse anche i “Commentari sulle Sentenze in quattro libri”.

La lettura di queste opere, sia stampate che manoscritte, per quanto accessibile ai laici anche senza una dotta guida che le spieghi, richiede tuttavia molta diligenza.

In effetti, il catalogo degli Autori della Biblioteca Casanatese, non contiene nessun de Judicibus, ma entrando con il nome Battista de Finaria si trova il rinvio a un Battista de'Giudici, quale autore di un volumetto edito a Venezia il 6 maggio del 1495. Entrando quindi nel catalogo degli incunaboli con la posizione di biblioteca relativa all'opera, si scopre finalmente che l'autore dell'antico incunabolo in caratteri gotici italiani, è proprio:

JUDICIBUS (de) Baptista, Ord. Predic., patria Finariensis, Episc. Vintimiliensis deinde Archiep. Amalphit. et paucis post mensibus, assumpto titulo Archiep. Patracensis, iterum Episc. Vintimilien. Adhuc vivus erat anno 1484.


De Episcopis Italiæ et Insvlarvm Adiacentium

Da "ITALIA SACRA", "De Episcopis Italiæ et Insvlarvm Adiacentium" di D. Ferdinando Vghello, stampato in VENETVS Apvd Sebastianvm Coleti MDCCXIX (1719), TOMO IV, Pag. 432

Nel capitolo relativo alla diocesi di Ventimiglia è scritto:

Fr. BAPTISTA de Jvdicibvs a Finali Ligvriæ Ordinis Predicatorvm, vir longe doctissimvs, ad hanc Ecclesiam assvmptvs est a Pavlo II, anno 1469 10 Kal. Majj. Qvam administravit vsqve ad ann. 1483 6 die Aprilis; deinde translatvs est ad Archiepiscopatvm Amalphitanvm, anno vero 1484 ad Ecclesiam Patracensem. Romæ a vivis exemptvs est, atqve apvd S. Mariam svpra Minervam tvmvlatvs cvm hoc epitaphio.

BAPTISTÆ EX IVDICIBVS HVMANÆ DIVINÆQVE
DOCTRINÆ PROFESSORI
PONTIFICI INTEMILIENSI, POST PATRACENSI
QVI VIXIT ANN.LV
IVLIANVS CARD. S.PETRI AD VINCVLA
FAMILIARI OPT. ET B.M.

Reliqvit artem Battista svi ingenij egregia monvmenta, hoc est svper Evangelia Commentaria, aliaqve opera doctis omnibvs probatissima.

GVILLELMVS Pavlo ante Archiepiscopvs Amalphitanvs, ad hanc Ecclesim translatvs est, qvem parvvm vixisse ex eo constat, qvod insecvto anno, Baptista de Jvdicibvs, cvm titvlo Patracensis Aechiepiscopatvs hanc ecclesiam itervm svscepit administrandam, Amalphitano relicto, vt habent acta Consistor.

ANTONIOTTVS Pallavicinvs Genvensis, Albintimiliensis Episcopvs declaratvs est, svb finem Sixti Qvarti Pontificatvs; vir sane clarus tum nobilitate generis...

Da "ITALIA SACRA", "De Episcopis Italiæ et Insvlarvm Adiacentium" di D. Ferdinando Vghello, stampato in VENETVS Apvd Sebastianvm Coleti MDCCXIX (1719), TOMO VII, Pag. 331/29

Nel capitolo relativo alla diocesi di Amalfi è scritto:

IOANNES BAPTISTA de Judicibus, a Ordinis Predicatorum vir doctrina insignis, Episcopus Albintimiliensis ex dimissione Ioannis traslatus est ad hanc Amalphitanam Ecclesiam die tertia Aprilis 1483. Per aliquot menses Amalphitani Archiepiscopi titulum tenuit, eoque dismisso ad primam sponsam rediit, deinde factus Archiepiscopus Patracensia in ea dignitatem Romæ obiit; ut in quarto tomo nostro ex Actis Consist. Retulimus.

Battista sostituisce il tretatreenne Giovanni Nicolini fiorentino, figlio di Ottone. Giovanni, nominato vescovo di Amalfi il 9 ottobre 1475, a 25 anni, è stato il primo arcivescovo della città. Giovanni è costretto a lasciare in fretta e furia Amalfi per motivi politici. Egli aveva infatti complottato con i baroni campani contro Ferdinando I d'Aragona Napoli il quale, scoperta la tresca e tappata la bocca definitivamente a molti dei congiurati, stava per mettere le mani anche su di lui.

Manoscritto "Amalphitanorum Præsulum Chronica"

Il Registro dei Grandi Predicatori

Il rabbino Ariel Toaff racconta della vicenda che vide coinvolto Giovanni Battista de Judicibus in relazione al presunto omicidio rituale del piccolo Simone.

Ariel Toaff,
«Pasque di sangue, Ebrei d'Europa e omicidi rituali»,
2007, Società editrice il Mulino,
ISBN 978-88-15-11516-4

Era allora che lo stesso pontefice inviava a Trento un suo commissario speciale, il domenicano Battista de' Giudici, vescovo di Ventimiglia, con l'incarico di indagare e riferire sui fatti. Questi, che inizialmente aveva preso stanza a Trento, si trasferiva in seguito nella vicina e più sicura sede di Rovereto, nel territorio che apparteneva a Venezia, dove si incontrava con gli avvocati, tutti di primo piano, che gli ebrei di Padova avevano deciso di mettere a disposizione degli imputati. Un ruolo preminente nella vicenda era svolto da Salomone da Piove, che aveva sollecitato il pontefice a nominare un inquisitore apostolico e che con Battista de' Giudici si era probabilmente abboccato a Padova, quando questi era sulla via di Trento. D'accordo con il de' Giudici, con cui intratteneva intensi rapporti epistolari, e per tramite di un altro ebreo di Piove, appartenente alla famiglia dei tipografi Cusi, dislocato strategicamente a Rovereto, il nostro Salomone provvedeva di salvacondotto un ebreo padovano, originario di Ratisbona, e lo spediva a Innsbruck con l'incarico di perorare la causa degli imputati di Trento, ancora in carcere, dinanzi a Sigismondo, conte del Tirolo, ottenendone la liberazione.

Ibidem, pagg. 25-26

Intanto, come abbiamo visto, da Roma si era mosso alla volta di Trento il domenicano Battista de' Giudici, vescovo di Ventimiglia, il commissario delegato dal pontefice a far luce sull'infanticidio di Simone e a rivedere le bucce al vescovo principe, sospettato di avere pilotato sapientemente i processi verso le conclusioni che avevano avuto. Salomone da Piove aveva caldeggiato insistentemente presso Sisto IV l'invio di questo commissario per salvare gli inquisiti ancora in galera e arginare quello scandalo indesiderato che minacciava di travolgere le altre comunità ebraiche tedesche dell'Italia settentrionale, mettendo in pericolo delicati interessi e posizioni faticosamente conquistate e dissestando irrimediabilmente il retroterra politico che li aveva resi possibili.
…[omissis]…
Nell'agosto del 1475, sulla strada per Trento, il commissario de' Giudici attraversava il Veneto con un piccolo seguito di funzionari e collaboratori. Pare che fosse accompagnato anche da tre ebrei, unitisi a lui dalle parti di Padova. Due di questi sono facilmente identificabili con Salomone da Piove e Salomone Fürstungar.

Ibidem, pag. 180

Battista de' Giudici entrava a Trento ai primi del mese di settembre, prendendo alloggio all’albergo Alla rosa, nella via delle Osterie grandi, dalla quale la mole del Buonconsiglio era ben visibile. Aveva cortesemente declinato l'invito di essere ospite al castello rivoltogli dal vescovo Hinderbach, probabilmente intenzionato a controllarne in tal modo incontri e movimenti, sostenendo che quella locanda, pur essendo di proprietà tedesca, era rinomata per avere un’appetibile cucina italiana, qualità questa particolarmente apprezzata dall'inquisitore domenicano, che si considerava un buongustaio e in fatto di cibi non era disposto a scendere a compromessi. Scortava il de' Giudici uno sparuto seguito, di cui facevano parte il suo assistente Raffaele, un notaio guercio di un occhio che conosceva il tedesco e poteva fungere da interprete, e un misterioso prete, vecchio e gobbo, vestito sempre di una sdrucita palandrana nera. All'albergo Alla rosa scendeva anche Salomone Fürstungar, l'influente faccendiere che accompagnava con prudenza e circospezione il commissario apostolico, avendo con lui frequenti abboccamenti diretti, che si svolgevano in italiano e senza bisogno di intermediari di sorta. Ora Israel Wolfgang era chiamato a mantenere i delicati e perigliosi impegni che si era volontariamente assunto. Il giovane sassone era stato per tempo avvertito da Salomone da Piove dell’arrivo del de' Giudici e sapeva che Fürstungar si sarebbe subito messo in contatto con lui.

Ibidem, pag. 181

Era ora lo stesso commissario apostolico a convocare Israel Wolfgang nella sua stanza d'albergo, alle ore piccole della notte e nella massima segretezza. All'incontro erano presenti tutti i collaboratori del de' Giudici; Raffaele, il segretario incaricato di redigere i verbali, il notaio guercio, che sapeva il tedesco e traduceva, e il prete gobbo in divisa nera. Invitato sotto giuramento a presentare la sua versione dei fatti, il giovane ebreo fatto cristiano raccontava delle tremende torture cui erano stati sottoposti gli imputati ai processi, tutti innocenti, per estorcere loro le confessioni. Hinderbach e i suoi aguzzini si erano resi responsabili di una colossale ingiustizia e di un'ignobile macchinazione, messa in piedi a scopi di lucro. Gli ebrei di Trento erano vittime di uno spietato teorema, teso a dimostrare a ogni costo la loro colpevolezza.

Ibidem, pag. 183

Anche Battista de' Giudici era ormai sfiduciato. Impossibilitato a incontrare le donne e gli altri imputati per il reciso rifiuto di Hinderbach, era giunto alla conclusione che, rimanendo a Trento, poteva fare ben poco. Il clima in cui si trovava a lavorare, considerato da lui ostile e intimidatorio, non gli consentiva infatti di portare avanti la sua inchiesta come avrebbe voluto. Negli ultimi giorni di settembre del 1475, a meno di un mese dal suo arrivo in città, il commissario pontificio decideva quindi di lasciare Trento e di trasferirsi a Rovereto, fuori della giurisdizione di Hinderbach. La scelta appariva alquanto problematica [217] perché era noto che a Rovereto operava da tempo il quartier generale delle comunità ebraiche ashkenazite dell'Italia settentrionale, mobilitate per scagionare gli imputati da ogni responsabilitànell'infanticidio di Simonino. Era inoltre prevedibile che il vescovo non avrebbe perso l'occasione per presentare il funzionario apostolico come succube prezzolato degli ebrei. E in effetti Hinderbach non perdeva tempo nel sottolineare l'inopportunità della decisione del de' Giudici. In una lettera all’amico umanista Raffaele Zovenzoni, il vescovo di Trento notava che i motivi del trasferimento del commissario a Rovereto erano pretestuosi e la vicinanza con gli ebrei, qui riuniti, fortemente sospetta. Prima di lasciare Trento, il commissario spediva il suo notaio guercio a Israel Wolfgang per informarlo delle sue intenzioni e dargli ulteriori disposizioni. De' Giudici, che intendeva recarsi al più presto a Roma per conferire con il pontefice, inducendolo a fermare i processi, avrebbe avvertito per tempo il neofita sassone perché raggiungesse Rovereto. Infatti il commissario voleva portarlo con se da Sisto IV, considerando di fondamentale importanza la sua testimonianza. A Roma Israel sarebbe stato assistito anche finanziariamente dal solito Fürstungar. Intanto avrebbe dovuto mantenere i contatti con il commissario e informarlo su quanto avveniva al Buonconsiglio, inviando periodici rapporti epistolari al suo protettore Salomone da Piove, che sapeva come farglieli avere. Ma la raccomandazione più importante era che facesse ogni sforzo per fare evadere le donne dal domicilio coatto in cui si trovavano. Con la partenza da Trento di Fürstungar, che continuava ad accompagnare con prudenza e circospezione il de' Giudici e il suo seguito nei loro spostamenti, Israel era l'unico ebreo, se pur formalmente convertito, rimasto in città e in grado di prestare soccorso alle donne e agli altri reclusi.
…[omissis]…
Gli sforzi tesi a creare difficoltà alla macchina inquisitoria messa in piedi a Trento avevano un primo successo il 12 ottobre 1475, quando lo stesso Sisto IV, su richiesta degli ebrei raccolti a Rovereto, invitava Hinderbach a mettere in libertà donne e bambini incarcerati, che versavano in condizioni di salute precarie e dei quali si diceva fossero innocenti. Il de' Giudici da parte sua invitava Giovanni da Fondo, il notaio dei processi di Trento, a presentarsi davanti a lui per deporre come testimone. Il rifiuto del notaio era netto e immediato. Giovanni infatti sosteneva di temere per la propria vita, dato che a suo dire a Rovereto gli ebrei non avrebbero esitato a fargli la festa.

Ibidem, pagg. 184-185

Negli stessi giorni Battista de' Giudici, il vescovo di Ventimiglia nominato inquisitore apostolico da Sisto IV, impotente e deluso, lasciava Rovereto alla volta di Roma, via Verona. La sorte di Israel Wolfgang era ormai segnata, senza rimedio.

Ibidem, pag. 187