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Regioni, città e paesi relativi alla famiglia o al ramo familiare qui trattato.

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Regione Campania
OggiRegione CampaniaLa Campania oggi
Solofra
OggiSolofraSolofra oggi
AnticaSolofraDalla preistoria all'epoca romana
MedioevoSolofraSolofra mediovale
Rinasc.SolofraSolofra rinascimentale
ModernaSolofraEtà contemporanea
Casali
CaSolofraCasaliIl casale di Caposolofra
SorboCasaliIl casale del Sorbo
BalsamiCasaliIl casale Balsami
FornaCasaliIl casale Forna
ToCuCaCasaliToppolo-Cupa-Capopiazza
SAngeloCasaliS. Angelo e Strada vecchia
VolpiCasaliIl casale Volpi
FrattaCasaliIl casale Fratta
ToroCasaliIl casale Toro
SASolofraCasaliIl casale di S. Agata di Solofra
SASerinoCasaliIl casale di S. Agata di Serino
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XI-XIILa Contea di PugliaXI e XII secolo
Celenza Valfortone
Celenza ValfortoneCelenza oggi
Celenza ValfortoneDalle origini all'era moderna
Carlantino
OggiCarlantinoCarlantino oggi
StoriaCarlantinoDalle origini all'era moderna

Regione Campania

La Campania oggi

Stemma della Regione Campania
Stemma della Regione Campania

La Campania è bagnata ad ovest dal Mar Tirreno e confina a nord-ovest con il Lazio, a nord con il Molise, a nord-est con la Puglia e ad est con la Basilicata. Il capoluogo di regione è Napoli. Le altre provincie sono: Avellino, Benevento, Caserta e Salerno.

Campania
Campania

La Campania ha 5.701.931 abitanti (2001) e ha la più alta densità di popolazione tra le regioni italiane oltre ad essere la seconda, dopo la Lombardia, per numero totale di abitanti. Per il 51% è collinare, per il 34% montuosa e per il 15% pianeggiante.

Solofra

Solofra oggi

Stemma del comune di Solofra
Stemma del comune di Solofra

Solofra è un comune italiano di 12.503 abitanti, il quarto per popolazione della provincia di Avellino (AV), in Campania. È uno dei quattro principali poli italiani per la lavorazione delle pelli. Il santo patrono della città è San Michele Arcangelo. Solofra si estende in una conca dei Monti Picentini a 400 mt sopra il livello del mare aperta, attraverso Montoro, sulla piana di Mercato San Severino, un vitale nodo della Pianura campana che fa da collegamento tra il bacino dell'Irno e quello del Sarno. Questa posizione geografica ha giovato alla cittadina favorendone l'attuale realtà economica.

Panorama di Solofra
Panorama di Solofra

Il toponimo “Solofra” potrebbe trarre le sue origini dal dialetto Osco (facies Sannitica), in uso presso i coloni Romani che ne abitavano il territorio. La radice etimologica, Salufer (in latino Saluber), starebbe ad indicare la salubrità e l'ospitalità del luogo. Secondo altri studi il termine Solofra sarebbe nato dall'incrocio di due termini latini: Sol (Sole) ed Ofra (Offerta), da cui “Offerta al Sole”. Con questa teoria si fa dunque riferimento al culto del Sole, che veniva probabilmente praticato dalla popolazione solofrana al tempo dei Romani.

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Solofra

Dalla preistoria all'epoca romana

La conca solofrana, per le sue caratteristiche favorevoli, fu abitata fin dalla preistoria, più precisamente dall'Età del bronzo, da villaggi di pastori appenninici. A testimonianza di ciò, nel 1976 sono stati trovati dei reperti presso la località Passatoia, nelle vicinanze del torrente Rialbo, consistenti in due capanni contenenti vasi con motivi decorativi tipici della cultura appenninica, degli utensili in selce, delle fusarole e delle macine in basalto.

Il primo vero insediamento nella valle, però, fu quello dei Sanniti, che si stanziarono costruendo un villaggio in essa, di cui sono state trovate tracce di abitazioni nell'area pedemontana. Il vero insediamento, però, doveva essere situato presso l’odierno rione Toro sottano. A suggerire ciò è il toponimo, infatti il toro era un animale sacro ai Sanniti, in particolare ai Pentri. Oltre all'abitato urbano realizzarono una vasta necropoli, sulla collina della Starza, (non lontano dal rione Toro) di cui sono giunte ai nostri giorni diverse tombe realizzate per ospitare dei guerrieri. La presenza di questo popolo è attestata, inoltre, da diversi toponimi di origine naturalistica, alcuni rimandanti anche a culti italici. Primo fra tutti il toponimo Solofra, già descritto sopra, poi i toponimi Sorbo, i monti Mai, il Melito, i Volpi e via dicendo.

Dopo le guerre sannitiche il territorio irpino, in particolare di Solofra, divenne parte della Repubblica Romana. Con la riforma agraria dei Gracchi, molte terre irpine furono date ai cittadini romani. In seguito, quando il dittatore Lucio Cornelio Silla vinse nella guerra civile contro Mario, assegnò molte di queste terre ai militari, fondando la colonia Veneria Abellinatium, che includeva anche il territorio di Solofra. Essi si stanziarono anche nella valle, soprattutto nella parte bassa, dove costruirono diverse villae rusticae, sorte nei pressi della via antiqua qui vadit ad sanctae Agathae, una via romana che collegava Salerno ad Avellino passando per Castelluccia. In totale è attestata la presenza di 14 villae, delle quali sono stati ritrovati resti. La villa più importante che è stata ritrovata è quella di Tofola, di età imperiale, presso la frazione di Sant'Agata. In essa sono state ritrovate anfore vinarie, torchi e pareti ad opus spicatum e Opus incertum. Oltre alle ville, i romani costruirono una necropoli nelle vicinanze dell'odierno ponte di S. Nicola, della quale sono state ritrovate alcune tombe alla cappuccina.

Con Alessandro Severo la colonia si ampliò e portò dall'oriente il culto del Sol Invictus (aggiunse, inoltre, alla colonia l'appellativo Alexandriana. Nel territorio di Solofra, fin da questo periodo si impiantò in loco la concia delle pelli. Molti antichi toponimi Vellizzano, Campo del lontro, Scorza, Cantarelle, Burrelli testimoniano la presenza di questa attività originariamente legata alla pastorizia. Un'altra attività presente al tempo dei Romani fu quella delle fornaci per laterizi, pavimenti e recipienti: esse trovarono naturale collocamento nell'odierna zona di Campopiano, sempre vicino alla via consolare, in quanto c'era, e c'è, abbondanza di acqua e argilla. Infatti questa attività è resistita fino al secolo scorso, nello stesso luogo. Altri toponimi che rimandano al periodo romano sono: Taverna dei pioppi, luogo di sosta lungo la via, Sferracavallo, per lo sforzo subito dai cavalli per la salita.

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Solofra

Solofra mediovale

Dopo la caduta dell'Impero Romano, la situazione di instabilità e di pericolo per via delle incursioni barbariche, specialmente durante il periodo della Guerra greco-gotica, portò gli abitanti della fertilissima valle a trasferirsi più a monte, in posti dove le caratteristiche morfologiche della valle consentivano il controllo e gli abitanti erano più protetti. In generale, lo sviluppo di Solofra nell'Alto Medioevo fu proprio favorito dalla protezione della conca: la strettoia di Chiusa di Montoro era l'unico accesso, facilmente controllabile dai numerosi punti di controllo, come Castelluccia, o, in seguito, il Castello). Grazie a questo controllo, e quindi a questa sicurezza, si formarono due arroccamenti: le Cortine del Cerro, protette dalla collina di Chiancarola e le Cortine di Sant'Agata, protette da Castelluccia.

Questi nuovi insediamenti riprendevano come tipologia abitativa le villae di campagna della valle, delle curtes, in piccolo, che avevano la peculiarità di essere praticamente inespugnabili, chiudendo l’unico accesso. Un ruolo fondamentale fu svolto dal Cristianesimo, che fin da subito si introdusse nel Meridione, e rappresentò una certezza per gli abitanti, trovatisi di fronte ad una continua insicurezza. Solofra, d’ora in poi si avvicinerà sempre di più a Salerno, (città emergente, che dal dominio bizantino in poi si afferma come ricca potenza mercantile e costiera) diventando amministrativamente parte del suo entroterra, sia per l’appartenenza al medesimo bacino vallivo, sia perché Abellinum era stata distrutta.

Il vescovo di Salerno istituisce dei distretti pievani, quattro, in tutta la parte interna del territorio. Uno di questo fu Solofra. Lo scopo era portare un’aggregazione, una sorta di istituzione locale che sopperisse alla mancanza di uno stato. La pieve, infatti chiesa del popolo, era il luogo dove si svolgeva il battesimo e il seppellimento dei morti. Essa, inizialmente, era dedicata a Santa Maria, poi, con la venuta dei Longobardi, promotori del culto a San Michele Arcangelo, fu aggiunta la seconda denominazione alla pieve.

Nel frattempo la città di Salerno crebbe sempre di più, per il commercio e l’artigianato, tanto che ad un certo punto si staccò dal Ducato (Divisio Ducatus Beneventani), e si formarono due principati: quello di Benevento e di Salerno. Solofra entrò a far parte di quest’ultimo, essendo ancora inserita nel Gastaldato di Rota (Mercato San Severino). Il confine di quest’ultimo, e quindi del principato salernitano, passava per i monti di Montoro, di Forino, per Aiello e per Serino, (nel punto in cui oggi sorge San Michele di Serino), dove vi era una stazione per i pellegrini diretti al santuario micheliano del Gargano. Il territorio di Solofra, quindi, acquisì un ruolo fondamentale, di confine, insieme a Montoro e Serino, motivo per il quale nacquero diverse fortificazioni, tra cui il castello solofrano, probabilmente ancora piccoli presidi militari che successivamente avranno maggiore sviluppo.

Successivamente i Normanni guidati da Roberto Il Guiscardo, effettuarono delle vere e proprie incursioni nella zona, quando conquistarono il Principato di Salerno, debole ed in crisi. Queste incursioni causarono molti danni, l’accesso alla valle solofrana venne precluso da un impaludamento dovuto all’abbandono e allo straripamento del torrente, e di conseguenza venne abbandonata anche la via romana che valicava la Castelluccia. Ristabilitasi la situazione politica, Solofra entrò a far parte della provincia del Ducato di Puglia e Calabria denominata “Principato e Terra Beneventana” e in particolare della Contea di Rota, al cui capo fu posto Troisio, combattente del Guiscardo che aveva svolto un ruolo fondamentale nella conquista della zona. Il primo periodo normanno fu critico, a causa degli ingenti tributi che la popolazione doveva versare, cosa che bloccò i floridi scambi commerciali che si erano venuti a creare tra Solofra (ma non solo) e Salerno. Anche la chiesa salernitana riformò l’ordinamento pievano, non più in grado di controllare efficacemente il territorio, trasformandolo in parrocchiale, e creando 13 distretti diocesani: la vecchia pieve faceva parte dell’Arcipresbiterato di Serino, con la chiesa di Sant’Agata e le nuove Sant’Andrea e Santa Croce, costruite proprio in quel periodo. Alla morte di Troisio, la Contea passò al figlio Ruggiero I, che diede inizio alla dinastia dei Sanseverino. Egli fu un buon governante, affidò le terre della contea alla protezione dell’Abbazia di Cava, che aveva ottenuto il porto di Vietri. Nacquero così nuovi importanti scambi commerciali, in cui anche Solofra fu coinvolta: i proprietari terrieri e molte “apoteche” di concia delle pelli si affidavano all’Abbazia, che mediava e garantiva gli scambi con Vietri. Fu quindi un periodo di rinascita dell’economia di Solofra. Ruggiero divise la contea tenendo per sé e suo figlio Enrico il territorio che comprendeva Rota ed arrivava fino a Montoro, mentre assegnò la parte della contea che comprendeva Serino, Solofra e Sant’Agata (ovvero i territori dell’Arcipresbiterato) a suo figlio Roberto. Quest’ultimo morì presto, e suo figlio, Roberto II, era troppo giovane per governare e quindi fu retto da Sarracena, sua madre.

Successivamente Serino (con Solofra e Sant’Agata) passò a Ruggiero II. Egli assegnò Solofra, diventata vico, quindi autonoma, a suo figlio Giordano, che però morì presto. Allora la comunità solofrana, per non tornare sotto il controllo di Serino, rivolse una richiesta all’imperatore Federico II di mantenere la propria autonomia entrando a far parte del demanio imperiale, che però fu rifiutata, dato che era stata già concessa a Montoro. Allora il territorio tornò a Giacomo Tricarico, ma egli affidò il vico di Solofra a sua figlia Giordana, ottenendo comunque un’indipendenza territoriale. Solofra divenne quindi un’universitas feudale autonoma, che emanò i suoi statuti e che aveva una propria curia.

Con l’avvento degli Angioini a Napoli il feudo di Solofra venne ulteriormente ampliato, il re Carlo I D’Angiò, per i meriti militari di Arduino Filangieri, marito di Giordana Tricarico, assegnò un terzo del territorio di Sant’Agata, appartenente a Serino, a Solofra. Quindi Sant’Agata di sopra (Sant’Andrea Apostolo) e il castello entrarono a far parte del feudo. Fu un momento importante, in quanto, con questa acquisizione, Solofra comincia ad assumere la fisionomia attuale, e può contare su un punto fortificato che precedentemente era soggetto a Serino. Infatti il castello subì diversi ampliamenti e modifiche, soprattutto il lato che volgeva al valico di Turci, che ora costituiva il confine, e che doveva essere controllato (infatti fu istituita anche una dogana. Bisogna considerare, inoltre, in questo periodo, un forte aumento demografico, dovuto ad immigrazioni di persone provenienti da territori di guerra, specialmente dal Cilento.

Un altro importante momento di crescita si ebbe dopo Riccardo Filangieri (figlio di Arduino e Giordana), che morì presto e lasciò la reggenza a sua moglie Francesca Marra, perché i figli, tra cui Filippo, a cui spettava Solofra, non avevano ancora l’età per governare. Fondamentale fu il matrimonio della Marra con un De Ruggiero di Salerno, elemento che favorì l’introduzione di borghesi salernitani nella società artigiano-mercantile di Solofra, e di conseguenza, nuove occasioni di sviluppo per quest’ultima.

Raggiunta la maggiore età, Filippo Filangieri acquisisce il feudo di Solofra: il suo fu un ottimo governo, in quanto liberò gli abitanti dal servizio gratuito da prestare alla corte e continuò a tessere rapporti con Salerno. Inoltre, a sostegno del commercio e con l’aiuto della famiglia De Ruggiero, promosse la costruzione del monastero di Sant’Agostino, e la conseguente ristrutturazione viaria che portò a formare la conformazione visibile ancora oggi del centro. Dopo la morte di Filippo, a governare fu il figlio Giacomo Antonio e dopo di lui Giacomo Nicola. Quest’ultimo muore senza eredi, ponendo fine al governo dei Filangieri.

Il re Ladislao I di Napoli, per risolvere il problema di successione, reintegrò i feudi dei Filangieri al demanio, quindi anche Solofra. In questo clima il conte di Montoro Francesco Zurlo occupò il castello con la forza, e il tentativo da parte di Filippo Filangieri (detto il prete), zio di Giacomo Nicola, di assediare il castello fu bloccato dalla regina Giovana II. Anche lo Zurlo doveva abbandonare il feudo, ma riuscì a porvi una persona di sua fiducia, dato che era entrato nella contesa di successione avendo fatto sposare suo figlio ad una Filangieri. Così, poiché anche gli altri feudi erano stati assegnati ai Caracciolo, imparentati con i Filangieri, lo Zurlo acquisì il feudo di Solofra.

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Solofra

Solofra rinascimentale

Con la prevalsa degli Aragonesi sugli Angioini a Napoli, gli Zurlo ebbero confermata l’assegnazione del feudo da parte di Alfonso V d'Aragona. Con questa famiglia Solofra subisce una grande crescita, sia in termini sociali che economici, soprattutto per via della grande autonomia di cui può godere, stabilitasi anche per l’emanazione di altri statuti solofrani accettati da Ercole Zurlo, figlio di un nipote di Francesco. Grande fu anche l’espansione del centro abitato, che venne a comprendere nuovi rioni, o casali, sviluppatisi intorno a nuove cappelle o nuove chiese, che ancora una volta utilizzano le cortine come abitazione prevalentemente utilizzata, seppur leggermente diverse da quelle medioevali.

Quando Ercole Zurlo appoggia il tentativo del generale Odet de Foix di Lautrec di invadere il meridione, e gli Aragonesi ne escono vittoriosi, egli viene condannato e gli viene tolto il feudo. Così Solofra passò prima al demanio, poi a Ludovico della Tolfa. Allora la comunità solofrana, forte per la sua economia, decide di riscattare il feudo, diventando una privilegiata universitas demaniale. Quello che segue, dal 1535 al 1555 fu uno dei periodi più floridi della storia della città, perché, liberi dall’oppressione di un feudatario, i cittadini solofrani possono commerciare liberamente i prodotti artigianali e crescere. In questo periodo, inoltre, espressione della fiorente economia di questo periodo fu la costruzione della maestosa Collegiata, realizzata abbattendo la pieve, che era diventata troppo piccola per la comunità.

La parentesi autonoma fu però breve: l’avversità del dominio spagnolo e i debiti contratti dall’Universitas costrinsero i solofrani a vendere il feudo alla famiglia Orsini, di Gravina di Puglia, che governerà Solofra fino al 1809, ovvero fino all’abolizione della feudalità. Più precisamente lo vendettero a Beatrice Ferrella Orsini, ma non si privarono dei diritti che avevano acquisito col tempo (uso delle acque, dei forni, dei mulini ecc.), per questo furono emanati nuovi articoli statutari che la feudataria dovette firmare. Gli Orsini governeranno Solofra fino all’abolizione della feudalità nel meridione, e hanno inevitabilmente condizionato lo sviluppo della città. Spesso abusarono del proprio potere, soprattutto la Ferrella, tanto che nel 1577 venne intentata una causa ai suoi danni, per non aver rispettato gli Statuti, per essersi appropriata di parte dell’acqua necessaria alle botteghe e per aver abusato del demanio. Anche la costruzione del palazzo ducale fu segnata da controversie, perché la Orsini lo costruì molto vicino alla Collegiata, come manifesto della supremazia del proprio potere. Così probabilmente la costruzione venne sabotata e crollò, per poi essere costruito dov’è tuttora. Non mancarono comunque gli interventi positivi tra i loro governi, ad esempio la costruzione del convento di San Domenico, da parte di Dorotea Orsini e il tentativo di riappacificazione di Filippo Orsini, che donò le reliquie di Santa Dorotea al popolo, per il malgoverno del padre Domenico.

Nel seicento la conformazione urbana si definisce ancora di più, arrivando a formare tutti i rioni del centro che esistono tutt’ora. In questo secolo ci fu un avvenimento segnante per Solofra: la peste decimò la popolazione, nel 1625. In questa occasione fu anche rifatta la chiesa di San Rocco. Nel 1611 nacque a Sant’Agata di sopra il grande Francesco Guarini, esponente della pittura napoletana, che lascia tantissime opere nella sua città natale. Nel 1796 Sant’Agata di Sotto si stacca da Serino diventando comune autonomo. La città di Solofra partecipò attivamente anche ai moti rivoluzionari del 1799.

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Solofra

Età contemporanea

Data l’attività e l’operosità in campo industriale ed artigianale, Solofra si inserisce da subito nello scenario socialista della fine del XIX secolo, sulla scia dei movimenti salernitani e napoletani. Nacquero così ben tre società di lavoratori: la Lega dei pellettieri, la Società Centrale, e la Società Agricola di Mutuo Soccorso, che spesso si adoperarono affinché venissero concessi salari maggiori e diminuissero gli orari di lavoro. A Sant’Agata di sotto (oggi Sant’Agata Irpina) nacque anche l’Unione Operaia.

La Lega Pellettieri (fondata nel 1903) ricoprì un ruolo fondamentale per Sant’Agata e Solofra e fu il primo esempio di organizzazione operaia in Irpinia, che vide un’enorme partecipazione di operai e artigiani della pelle. Con alcune manifestazioni pretese un aumento degli stipendi del 25% e una diminuzione delle ore di lavoro, da 14 a 8 ore. La Lega è stata, quindi, un vero e proprio punto di riferimento per i conciatori, e grazie anche alla volontà del sindaco di quel tempo, Vincenzo Napoli, è stata anche sede di numerose assemblee socialiste della zona. Se la lega era il punto di riferimento dei conciatori, la Società Centrale, invece, lo era per tutti i lavoratori di ogni categoria che avevano bisogno di assistenza. I numerosi soci che la costituivano si aiutavano tra di loro, per quanto consentivano le possibilità personali. I più abbienti, infatti, non esitavano a fornire supporto a chi era in difficoltà.

Da ricordare sono due importanti alluvioni, uno nel 1805 e uno nel 1852, che afflissero Solofra colpendo tutti i rioni, le strade e i ponti, ma in particolar modo il rione Santa Lucia (o Fontane Sottane), completamente distrutto. Avvenimento importante fu la costruzione della ferrovia, inaugurata nel 1862 (tratto Sanseverino-Avellino), che consentì un trasporto di persone e merci molto più rapido ed efficiente.

Durante il ventennio fascista Solofra fu sede di un campo di internamento in via Misericordia, inizialmente uno dei tre della provincia, poi unico rimasto, ospitò in media 25 internate. In occasione della Seconda Guerra Mondiale, il 21 settembre 1943 la città di Solofra fu bombardata per la presunta presenza di soldati tedeschi. La città fu devastata e 200 persone vi persero la vita.

Il 23 novembre 1980, alle ore 19:34, il comune di Solofra, insieme a tanti altri paesi sparsi tra le province di Avellino, Salerno e Potenza, fu colpito dal violento terremoto dell'Irpinia che causò 2.735 morti totali.

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Casali

Il casale di Caposolofra

Intorno a Turci si era formato un grande casale, Caposolofra (63 abitazioni di cui 2 palazziate e 25 medio-alte, tutte con giardino, orto e stalla), che aveva inglobato i quattro precedenti, un casale commerciale ed artigiano (aveva un fondaco, 11 concerie e diversi magazzini) per la sua vicinanza a Turci. In posizione isolata c’era il Monastero di S. Domenico, mentre a Turci, in parte anche nel feudo di Serino, la Cappella di S. Maria della neve aveva l’abitazione di un “eremita”.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 119 fuochi per un totale di 705 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale del Sorbo

Il casale del Sorbo giungeva fino a Capopiazza (la parte alta della piazza) e attraverso la via Afflitta (detta così per la Chiesa di S. Maria degli Afflitti) e via Croce, portava a Caposolofra il traffico commerciale proveniente dalla Platea. Con le sue 40 abitazioni di cui metà “palazziate”, era un casale residenziale, che nella parte alta aveva il Monastero di Santa Teresa e il Convento dei Cappuccini, c’era poi la Cappella del SS. Crocifisso, né mancavano magazzini e concerie.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 46 fuochi per un totale di 299 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale Balsami

Il casale Balsami, toccato dall’alto corso del fiume, lungo il quale c’erano 15 botteghe di conceria, e comprendente i monti a sud fin quasi a Passatoia, aveva 50 abitazioni di cui metà medio-alte, numerosi magazzini per il deposito di pelli e lana, una bottega lorda e la chiesa dell’Ascensione.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 34 fuochi per un totale di 171 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale Forna

Il casale Forna (con 60 abitazioni di cui 1/3 palazziate) si sviluppava lungo l’asse viario (Balsami-zona delle concerie) costituito da due tronconi (via L. Landolfi e via Forna) spezzati da uno slargo (piazza del Popolo) in cui sorgeva la chiesa del casale dedicata a S. Maria del Popolo ed aveva, verso il vallone, 4 concerie.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 51 fuochi per un totale di 274 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Toppolo-Cupa-Capopiazza

Toppolo-Cupa-Capopiazza era un grosso insediamento che comprendeva l’ex casale del Fiume (ora Toppolo con 15 abitazioni), la via di accesso alla zona di S. Agostino, detta Cupa (ora via Abate Giannattasio) con 41 abitazioni di cui 16 palazziate e 3 sedili, e la piazza (Capopiazza) con 13 abitazioni tutte palazziate ed un comprensorio di case. Si sviluppava trasversalmente, da sud a nord (torrente Solofrana-vallone di S. Domenico), al servizio dell’attività di concia e della mercatura con 34 concerie (di cui 28 al Toppolo-Fiume, 5 alla Cupa ed una a “le roselle”), 50 botteghe (tutte a Capopiazza, molte erano corpi autonomi appoggiati alle abitazioni), delle quali 20 appartenenti al monastero di S. Agostino, 7 in piazza S. Giacomo e 3 al largo “le roselle” (via Felice De Stefano), un fondaco, una Taverna e una stalla. Dallo spiazzo dinanzi S. Giacomo partiva verso occidente la strada “Lavinaio”, che conduceva verso i “giardini di S. Agostino” e “i giardini del Palazzo” dove c’erano 5 botteghe di proprietà del feudatario. Al Toppolo apparteneva la chiesa del Soccorso di jus patronale della famiglia Garzilli.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 73 fuochi per un totale di 405 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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S. Angelo e Strada vecchia

S. Angelo e Strada vecchia comprendeva due zone ben distinte: “Strada vecchia” (60 abitazioni di cui 20 grandi) era l’odierna via della Fortuna fino alla Chiesa di S. Rocco con, verso il fiume, una conceria, 18 botteghe (4 di proprietà dell’Orsini) più una “casa della corte”; la via nuova (via Gregorio Ronca) con 17 botteghe, un sol “comprensorio” di case, un locale adibito a scuola; “S. Angelo” (85 abitazioni, 10 case sottane ed una conceria) era tutta la via chiamata piè S. Angelo (ora Regina Margherita) con il Convento e la chiesa dell’Addolorata.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 100 fuochi per un totale di 473 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale Volpi

Il casale Volpi (80 abitazioni, 3 comprensori di case, 6 magazzini, 1 bottega lorda e 11 concerie) si sviluppava intorno all’asse viario che cominciando dalla chiesa dello Spirito Santo giungeva al confine con Montoro (via Michele Napoli-Dodici Apostoli-Consolazione), dove c’era la Chiesa della Madonna della Consolazione e una taverna con fondaco. Il casale comprendeva una parte alta (Casate) e una parte bassa con vigneti e masserie con abitazioni.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 63 fuochi per un totale di 358 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Il casale Fratta

Il casale Fratta andava da S. Angelo al confine con Montoro in un ampio territorio che comprendeva la zona abitata intorno alle chiese di S. Giuliano e della Madonna della Misericordia (100 abitazioni di cui 12 comprensori e diverse botteghe) e una zona a coltura con seminativi e masserie (tra Toro, S. Agata e Montoro).

Nel 1754 l'insediamento era formato da 75 fuochi per un totale di 395 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale Toro

Il casale Toro (70 abitazioni di cui alcune palazziate) si estendeva tra Caposolofra, S. Andrea, S. Agata e la Fratta, nel suo territorio aveva la collina del castello, le pendici del Pergola. Aveva una parte alta intorno alla casa dei Maffei, con la chiesa di S. Maria del Carmelo di jus patronale di questa famiglia, e alla Carcarella.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 49 fuochi per un totale di 284 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

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Casali

Il casale di S. Agata di Solofra

Il casale di S. Agata di Solofra (ora S. Andrea) sulle pendici del Pergola S. Marco giungeva fino al passo di Castelluccia. Aveva abitazioni nella maggioranza di media grandezza con molte vigne e selve, non c’erano concerie mentre molti abitanti erano trasportatori (“viaticali”).

Nel 1754 l'insediamento era formato da 88 fuochi per un totale di 440 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Casali

Il casale di S. Agata di Serino

S. Agata di Serino aveva 6 concerie e la famiglia più ricca di tutta la zona (6000 ducati impegnati nella mercatura) e altre poche famiglie facoltose.

Nel 1754 l'insediamento era formato da 100 fuochi per un totale di 567 individui. Un fuoco era un'unità contributiva del catasto e poteva essere costituita anche da più famiglie che vivevano sotto lo stesso tetto.

Dal Catasto onciario del 1754
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Il casale di S. Agata di Serino non faceva parte di Solofra ma era posto in territorio solofrano.

Regione Puglia

La Puglia oggi

Stemma della Regione Puglia
Stemma della Regione Puglia

La Puglia è la regione più a oriente d'Italia, è bagnata a nord-est dal Mar Adriatico e a sud dal Mar Ionio, confina a sud-sudovest con la Basilicata, a ovest-sudovest con la Campania e ad ovest con il Molise. La Puglia è divisa in cinque province: Foggia, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce. Bari è il capoluogo di regione. Nel giugno del 2004 è stata istituita una sesta provincia, quella di Barletta-Andria-Trani, detta anche «dell'Ofanto».

Puglia
Puglia

Popolosa regione dell'Italia meridionale (19.357 km² e 4.049.372 ab.), la Puglia è seconda solo al Veneto per l'estensione delle aree pianeggianti: 53% del territorio contro il 56% del Veneto. I centri abitati accolgono il 97% dei residenti, mentre solo il 3% è distribuito in nuclei e case sparse sul territorio.

La Contea di Puglia

XI e XII secolo

Nel 1042 i Normanni, guidati da Guglielmo d’Altavilla, più noto come Braccio di Ferro, si stabilirono a Melfi, nominato poi nel 1046 Conte di Puglia dall’Imperatore Enrico IV. La Contea di Puglia fu dunque il primo Stato normanno dal 1043 al 1059. La nuova contea era costituita da un territorio non ancora omogeneo, acquisito dal clan Altavilla a “macchia di leopardo”. È difficile, pertanto, disegnarne i confini effettivi. L’intera regione, a eccezione di Melfi, venne poi suddivisa in dodici baronie, costituite a beneficio dei capi Normanni e assegnate nei territori di Capitanata, Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture, di cui Melfi fu la capitale. Giunsero così in Italia molti altri conterranei e membri degli Altavilla, tra cui Roberto il Guiscardo e Gilbert Quarrel Drengot.

La Contea di Puglia
La Contea di Puglia

Celenza Valfortone

Celenza oggi

Stemma del comune di Celenza Valfortore
Stemma del comune di Celenza Valfortore

Celenza Valfortore, fino al 1862 chiamata solo Celenza, è un comune italiano di 1.569 abitanti della provincia di Foggia in Puglia.

Panorama di Celenza Valfortore
Panorama di Celenza Valfortore

Celenza Valfortone

Dalle origini all'era moderna

I tre insediamenti preistorici rinvenuti all'interno dei confini comunali (Toppo Capuana, Mulino Dabasso e Madonna delle Grazie) confermano la frequentazione dell'area già a partire dall'Eneolitico, tra 6000 e 2200 anni prima della nascita di Cristo. Gli impianti insediativi crescono e restano attivi per tutta l'Età del Rame e per buona parte dell'Età del Bronzo. Di notevole rilevanza storica è il sepolcreto a fossa terragna contenente una decina di inumati, adulti e bambini, adagiati in posizione fetale, come pure i numerosi e significativi reperti custoditi nell'Antiquarium comunale: olle, ciotole, tazze e vasi con decorazioni geometriche, manufatti litici come le asce-martello ai quali si sommano pregevoli pezzi di epoca Romana. La porzione di un vaso raffigurante la dea Madre (nume di origini agresti e simbolo di fertilità) e la testa di un volatile (effige della dea Uccello), qui rinvenute, sono attualmente esposte al museo archeologico nazionale di Manfredonia.

La tradizione attribuisce la fondazione di un nucleo urbano vero e proprio (Celenna) all'eroe omerico Diomede. L'abitato venne distrutto dai romani nel 275 a.C. a seguito della sconfitta di Pirro, di cui era alleata, e si tramanda storicamente che i suoi resti vennero cosparsi di sale per ordine del Console Manlio Curio Dentato. La popolazione, dispersasi, si radunò sulla collina che tuttora è sede della città e rifondò il centro abitato col nome di Celentia ad Valvam.

Nel periodo bizantino il nome venne modificato in Celentia in Capitanata. Fino all'avvento della Repubblica Partenopea, alla guida di Celenza Valfortore si alternarono diversi feudatari tra i quali si distinsero per un notevole arco di tempo gli esponenti della nobile famiglia pisana dei Gambacorta (XV e XVI secolo). Nel XVI secolo venne cambiato nuovamente il nome in Celenza valle Fortore e si adottò la dea Cerere come simbolo cittadino, simbolo che si ritrova tuttora nel gonfalone della città.

Secondo alcuni storici la valle del Fortore sarebbe il luogo della storica battaglia di Canne, avvenuta nel solstizio del 216 a.C. La battaglia sarebbe scritta sui luoghi: non c'è un toponimo della valle che non sia scritto nella lingua semitica dei vincitori, a cominciare dalla stessa Canne (Qyn, grotte; Hvn, granaio) e dalla attuale Celenza (Klhn-zy, centro della valle).

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Carlantino

Carlantino oggi

Stemma del comune di Carlantino
Stemma del comune di Carlantino

Carlantino è un comune italiano di 941 abitanti della provincia di Foggia in Puglia. Carlantino si adagia lungo una collina della valle del fiume Fortore e sovrasta il lago di Occhito, tra i più grandi invasi artificiali europei. Il comune, situato all'estremo ovest della provincia, al confine con quella di Campobasso, dista in linea d'aria circa 58 chilometri da Foggia e circa 42 da Campobasso. A nord del centro abitato sorge il monte San Giovanni.

Panorama di Carlantino
Panorama di Carlantino

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Carlantino

Dalle origini all'era moderna

Nel territorio comunale, ed in particolare presso monte San Giovanni sono stati ritrovati diversi reperti archeologici di età romana, risalenti ai primi secoli avanti Cristo. Secondo le indicazioni geografiche delle fonti letterarie e storiche, la battaglia di Canne del 216 a.C. tra Annibale e i romani sarebbe avvenuta negli agri di Carlantino e di Celenza Valfortore, sulla riva destra del fiume Fortore.

La fondazione e il nome del paese si devono a Carlo Gambacorta di Giampaolo, nipote di Giovanni. Il toponimo potrebbe essere derivato da "Carlettino", vezzeggiativo con il quale veniva chiamato il fondatore. Questi eredita la Baronia di Celenza nel 1558, all'età di dodici anni e sposa Vittoria Caracciolo, dalla quale ha sei figli: quattro maschi e due femmine. Durante il regno di Filippo II d'Austria (1556-1598), egli spedisce un memoriale documentato al viceré di Napoli, chiedendo di costruire un nuovo abitato nella Terra di Celenza, al centro del suo territorio nel luogo detto la “Nunziata” a breve distanza dall'antico insediamento di San Giovanni Maggiore, poiché i terreni feudali e baronali distano oltre quattro miglia dalla Terra di Celenza e i suoi coloni subiscono continuamente durante l'anno furti e ricatti con gravi danni per il raccolto e il patrimonio zootecnico. Del resto, quando giungono le guardie, i ladri e i malfattori sistematicamente si sono già dileguati nelle fitte boscaglie circostanti. Dopo l'istruttoria della pratica durata alcuni anni, il 28 febbraio 1582 attraverso il viceré Giovanni Zunica, Carlo finalmente ottiene la sospirata autorizzazione.

Nel nuovo Casale, che dal suo nome fu chiamato Carlentino, vanno ad abitare i figli dei coloni che non formano famiglia e quanti dai paesi vicini e lontani cercano un suolo gratuito per la costruzione di una casa e la concessione di terreni da dissodare e coltivare, pagando annualmente la decima al Barone. Carlo Gambacorta, intanto, quasi a ringraziamento dell'avuta concessione e ad auspicio per il futuro sviluppo del nuovo centro abitato, poco distante dalla sua masseria chiamata “il Palazzo”, al Largo Taverna, dà inizio e fa subito costruire la chiesa, che intitola a San Donato, vescovo e martire, in ricordo delle origini familiari pisane. Nel 1595 si ha la prima numerazione, il Casale conta appena dieci fuochi (famiglie). Andrea Gambacorta, secondo figlio di Carlo Gambacorta di Giampaolo e di Vittoria Caracciolo, spiegò nel Casale di Carlentino la sua opera beneficia.

Con pubblico istrumento, rogato il 2 febbraio 1613 dal notaio Giovan Domenico Marrera di Gambatesa confermò i Capitoli ed i Patti stabiliti dal genitore con i rappresentanti del Casale, aggiungendovi nuove convenzioni. Sulla porta contigua alla Chiesa di S. Donato fece incidere la seguente iscrizione nel 1613 per ricordare che Carlentino fu così chiamata dal padre: Philippo III Regnante A.D. MDCXIII Andreas Gambecurt, Celentiae Marchio, Carlentinum a patre nuncupatum, ad eorum nominum perpetuitate templis, ritibus moenibusque ornavit. Attualmente la porta di Carlentino non esiste perché demolita negli anni addietro. La ricorrenza della festa patronale in onore di San Donato il sette agosto viene solennizzata con la franchigia per otto giorni, durante i quali le competenze giuridiche per le cause civili, criminali e miste sono esercitate dal governo locale. Il 4 marzo 1618, a testimonianza della prosperità del Feudo, egli acquista la vicina Terra di Macchia dalla famiglia del conte De Regina.

Nel corso del XX secolo, il paese è stato affetto da una robusta emigrazione. Numerosi, in particolare, furono coloro che negli anni sessanta emigrarono in Argentina, nella provincia di Buenos Aires, dove è tuttora presente una cospicua comunità carlantinese.

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