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Regioni, città e paesi relativi alla famiglia o al ramo familiare qui trattato.

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Regione Liguria
OggiRegione LiguriaLa Liguria oggi
PreistoriaRegione LiguriaLa Liguria nella Preistoria
RomaniRegione LiguriaLa Liguria all'epoca dei Romani
MedioevoRegione LiguriaLa Liguria nell'Alto Medioevo
RepubblicaRegione LiguriaLa Repubblica di San Giorgio
SpagnaRegione LiguriaDagli Spagnoli a Napoleone
SavoiaRegione LiguriaLa Liguria sotto i Savoia
ModernaRegione LiguriaLa Liguria nell'era moderna
Genova (GE)
OggiGenovaGenova oggi
OriginiGenovaDalle origini all'epoca romana
V-XGenovaDai barbari alla prima indipendenza
X-XIIIGenovaPrima epoca aurea: la fondazione del Comune e le crociate
XIII-XVGenovaSeconda epoca aurea: la vittoria su Pisa e il dominio politico su Bisanzio
XV-XVIIGenovaDominio economico sull'Impero asburgico: il secolo dei genovesi
XVII-XIXGenovaDal Seicento all'Unità d'Italia
S.SilvestroGenovaIl monastero di San Silvestro

Regione Liguria

La Liguria oggi

Stemma della Regione Liguria
Stemma della Regione Liguria

Affacciata sul mar Ligure a sud e confinante con la Francia a ovest, con il Piemonte a nord-ovest, con l'Emilia-Romagna a nord-est e con la Toscana a est, la Liguria è suddivisa in quattro province: Genova, Imperia, La Spezia e Savona. Il capoluogo della regione è Genova. Il nome deriva dall'antico popolo dei liguri, la cui presenza è storicamente attestata sin dagli inizi del I millennio a.C.

Liguria
Liguria

La Liguria si estende per 5421 km² e ha una popolazione di 1.645.272 abitanti (1997). È quindi una fra le più piccole regioni d'Italia dato che solo la Valle d'Aosta e il Molise hanno una superficie minore. Tuttavia è anche una delle più densamente popolate, dato che ha una densità di 303 abitanti per km², ovvero una volta e mezza la media nazionale (191 abitanti per km²).

La Liguria ha confini fisici molto ben delineati dato che la regione è interamente chiusa tra il mare, a sud, e i rilievi delle Alpi Marittime e dell'Appennino ligure, a nord.

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La Liguria nella Preistoria

Le testimonianze della presenza dell'uomo in Liguria sono da ricercarsi fin dalla preistoria. Presso il porto di Nizza, a Terra Amata, sono state ritrovate le tracce delle più antiche capanne costruite da cacciatori nomadi, circa 300.000 anni fa. La stratigrafia ha mostrato diversi periodi insediativi, con resti di capanne ovali a focolare centrale, ciottoli scheggiati, raschiatoi e animali catturati quali cinghiali, tartarughe, rinoceronti di Merk, elefanti meridionali, uri, uccelli vari. Vicino a Loano sono state trovate tracce dell'Uomo di Neandertal. Nelle grotte di Toirano sono visibili segni di frequentazioni riconducibili alla fine del Paleolitico Superiore. Nella grotta dei Balzi Rossi di Ventimiglia sono apparsi resti che ricordano l'Uomo di Cro-Magnon. Alle Arene Candide si trovano testimonianze del Neolitico e strati epigravettiani databili tra i 20.000 e i 18.700 anni fa, mentre nelle grotte lungo il torrente Pennavaira, nella valle omonima in territorio ingauno, sono stati ritrovati reperti umani risalenti fino al 7.000 a.C.

A partire dal II millennio a.C., ovvero dal neolitico, si ha notizia della presenza dei liguri su un territorio molto vasto, corrispondente alla maggior parte dell'Italia settentrionale. Comunemente si pensa che gli antichi Liguri si sistemarono sul litorale mediterraneo dal Rodano all'Arno, spingendo la propria presenza fino alla costa mediterranea spagnola ad occidente ed al Tevere verso sud-est, colonizzando le principali isole come la Corsica, la Sardegna e la Sicilia. Poteva essere una popolazione di circa 200.000 persone, suddivise in varie tribù. Di loro ci restano numerosi reperti ceramici. Successivamente le migrazioni celtiche, che parlavano il leponzio o lepontico, come pure le colonizzazioni di fenici, greci e cartaginesi, hanno rimpiazzato i Liguri a partire dal IV secolo a.C.

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La Liguria all'epoca dei Romani

Con la prima guerra punica, ovvero nel II secolo a.C., i Liguri si divisero tra alleati di Cartagine e alleati di Roma. Fu quando i Romani conquistarono questo territorio, con l'aiuto dei loro federati Genuates, che prese il nome di “Liguria”, corrispondente alla IX Regio dell'Impero romano, la quale si estendeva dalle Alpi Marittime e Cozie, al Po, al Trebbia e al Magra. La descrizione della IX regio Italiae risale a Plinio (III, 5, 49): … patet ora Liguriae inter amnes Varum et Macram XXXI Milia passuum. Haec regio ex descriptione Augusti nona est.

Questa regione era più ridotta rispetto all'originale area occupata dai Liguri in epoca preistorica. Probabilmente in questa provincia si conservava ancora l'ethnos ligure più puro, mentre in Lunigiana e nelle regioni transalpine le popolazioni si erano ormai mischiate con altre tribù. Infatti Ecateo di Mileto nel VI secolo a.C. ci tramanda che Monaco e Marsiglia erano città liguri e gli Elisici, popolo stanziato tra Rodano e Pirenei, erano un misto di Liguri e Iberi. Nel Trecento Dante, prendendo in considerazione soprattutto l'aspetto linguistico-dialettale, parlerà della Liguria come di una regione compresa tra il Trofeo di Augusto, Lerici e lo spartiacque alpino-appenninico. Nonostante ciò la consapevolezza di una unicità etnica antica più ampia sopravvive ancora a lungo.

Nel 180 a.C. i Romani, per poter disporre della Liguria nella loro conquista della Gallia, dovettero deportare 47.000 Liguri Apuani, irriducibili ribelli, confinandoli nell'area Sannitica compresa tra Avellino e Benevento.

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La Liguria nell'Alto Medioevo

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, la regione venne inclusa nei regni romano-germanici d'Italia. Dopo la guerra gotica, l'intera penisola italiana venne riconquistata dall'Impero romano d'Oriente e nell'area che va dal mare all'Appennino venne istituita la provincia di Liguria, parte della Prefettura del pretorio d'Italia. Dopo la nascita del Regno longobardo, la regione perse i contatti con l'oltregiogo, restringendosi alla sua fascia costiera, quindi “obbligata” a rivolgersi verso il mare.

Nel 641 la provincia di Liguria fu conquistata dal re longobardo Rotari, autore dell'omonimo editto del 643, che istituì il Ducato di Liguria, con Genova. Successivamente, vi sorsero fondazioni monastiche provenienti dall'abbazia di Bobbio e si rianimarono i commerci con l'interno, creando le basi per lo sviluppo dell'agricoltura, con la diffusione di vigneti, castagneti, oliveti, mulini e frantoi e dei terrazzamenti. Si aprirono nuove vie commerciali con la Pianura padana attraverso le future e varie vie commerciali e di comunicazione: olio, sale, spezie, legname, carne, ecc. Il porto di Genova divenne un porto franco, dove potevano attraccare tutte le navi.

Con i Franchi nel IX secolo la Liguria venne suddivisa in tre marche: la marca aleramica, la marca arduinica e la marca obertenga, che fecero in seguito parte della Marca marittima, nata con compiti di contenimento e vigilanza sull'alto Mar Tirreno contro i Saraceni.

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La Repubblica di San Giorgio

Il contatto, più spesso lo scontro, con i Saraceni fu per la Liguria e per Genova, le cui storie da ora in poi sono identificate, un evento ricchissimo di conseguenze. Certo, prima di tutto significò sangue e lacrime per le popolazioni, vittime di ripetute e terribili scorrerie ed abbandonate in prima linea. Tuttavia, con il confronto con gli arabi arrivò anche, e fu magistralmente acquisita dai genovesi, una nuova e straordinaria dimensione culturale, fatta di conoscenza, tecniche ed esperienze di navigazione e di commerci, contatti mercantili con il resto di un Mediterraneo che diventava improvvisamente piccolo, che proiettò in meno di un secolo la città dalla pigra e lontana periferia di un impero in crisi al centro delle vicende di una cristianità in espansione. Furono infatti le crociate che riconobbero di fatto a Genova il ruolo di protagonista marittima che l'accompagnerà nei secoli successivi.

Nasce così la Repubblica di San Giorgio. Questo evento porta i genovesi nel centro del mondo, dove sono decisivi nella conquista di Gerusalemme (Præpotens Genuensium præsidium), dove acquisiscono colonie e mercati e incassano ricchezze straordinarie. Dopo le vittorie della Meloria su Pisa e, successivamente, della Curzola su Venezia, il Mar Nero è un lago genovese, la Croce di San Giorgio domina sul Mar Mediterraneo, e il Banco di San Giorgio arriverà a gestire un patrimonio superiore a quello delle più importanti dinastie europee, che al Banco ricorreranno per avere credito ed appoggi.

Saldamente attestata sui valichi montani alle sue spalle e lungo le due Riviere ai suoi lati, tra Monaco e Portovenere, Genova dà al suo dominio di terra la forma della Regione che conosciamo oggi. Le sue colonie, i suoi contatti cosmopoliti, le sue rotte mercantili le danno quelle ricchezze e quelle competenze che rimarranno nella sua storia fino ad oggi. Le vicende storiche internazionali e la ricerca di nuovi sbocchi commerciali portano i genovesi fuori dai limiti casalinghi del Mediterraneo. Sono in Cina alla corte mongola, sono alle Canarie ed a Capo Verde, costeggiano l'Africa verso Sud: soprattutto sono in Spagna, da dove il più famoso di loro partirà per cercare una nuova rotta per le Indie e tornerà con la rotta per un Mondo Nuovo.

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Dagli Spagnoli a Napoleone

I rapporti fra Genova e la Penisola Iberica hanno una tradizione consolidata, che inizia con la liberazione di Tortosa dai Mori da parte dei genovesi, passa attraverso i rapporti con il Portogallo di Enrico, in particolare con la famiglia genovese Pessagno, e arriva a quello che viene definito “el siglo de los genoveses”; compreso il feroce conflitto che vide prevalere gli Aragonesi nel dominio del Mediterraneo Occidentale ed in Sardegna. Non è quindi un caso che Cristoforo Colombo fosse in Spagna, e non è un caso che i genovesi, più di un terzo dei quali aveva residenza in Spagna, da queste loro basi, da Siviglia in particolare, gestissero i ricchissimi traffici provenienti dai nuovi territori che gli spagnoli andavano conquistando.

Perduto il Mar Nero e le loro colonie nel Levante a causa dei Turchi, i genovesi capirono che era necessario spostare di 180° il loro asse commerciale, girare lo sguardo dall'oriente all'occidente come aveva fatto Colombo, sostituendo le ricchezze delle spezie con quelle dell'argento che, si diceva infatti, nascesse in America, splendesse a Siviglia ma venisse seppellito a Genova. Il simbolo di questo processo ha il nome di Andrea Doria, sorta di padre della patria genovese, uomo di fiducia di Carlo V, che giocando su questo ingente flusso economico, seppe dare alla Repubblica risorse economiche e strutture politiche che durarono fino a Napoleone Bonaparte. È in questo perdiodo che la famiglia Giudici/de Judicibus ha il massimo del suo splendore, ovvero fra il XII e il XV secolo. Già nel XVI secolo ormai di Giudici ne sono rimasti ben pochi e sarà alla fine di questo periodo, ovvero agli inizi del XVII secolo, che si forma il ramo portoghese dei de Judicibus, ovvero gli Júdice.

La Liguria nel XVI secolo
La Liguria nel XVI secolo

La Liguria, intanto, inadeguata a giocare una propria politica estera, vive inserita nell'orbita spagnola, gestendone di fatto le finanze per un lungo periodo: sostanzialmente finché c'è qualcosa da amministrare. Ma le ricchezze spagnole, come la sua potenza, vanno in esaurimento, e per l'impero iberico, sotto attacco l'inglese ed olandese, Genova diventa sempre più marginale. Così la tutela si allenta, la Repubblica Oligarchica si ritrova isolata, asfittica ed esclusa dai traffici importanti; tenterà una spedizione in Indonesia alla ricerca del proprio futuro, ma l'iniziativa verrà annientata dagli olandesi.

Nel Mediterraneo la presenza dei Barbareschi e l'incapacità di contrapporvisi efficacemente, la bassa redditività dei traffici rispetto a quelli oceanici, la povertà dei mercati partecipano a un quadro dove la presenza genovese è l'ombra del protagonismo di un tempo. In più, la Liguria deve fare i conti con gli appetiti dei francesi, ai quali è costretta a cedere la Corsica, e dei piemontesi, per i quali la Regione diventa sempre di più un irrinunciabile sbocco al mare.

La Repubblica di San Giorgio, incapace di rinnovarsi, trascorre malinconicamente gli ultimi tempi della propria storia a difendere la propria indipendenza dai Savoia, combattendo per brandelli della propria terra dai nomi altisonanti di marchesati e principati ma poveri e piccoli come fazzoletti. Poco significano gli scatti d'orgoglio che si consumano in episodi come quello di Balilla. Finché Napoleone ne formalizza la cancellazione, trasformandola prima in Repubblica Ligure, di fatto satellite francese, per poi annetterla tout court. Ironia della storia, a cancellare l'ultima delle Repubbliche Marinare italiane fu un suo figlio mancato; infatti la Corsica fu presa ai genovesi dai francesi un anno prima che il Napoleone vi nascesse francese anziché genovese.

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La Liguria sotto i Savoia

Quella che uscì dalle grandi bufere napoleoniche era un'Europa diversa, con nuovi protagonisti e senza spazi per Stati piccoli, deboli e non finalizzati agli interessi dei Grandi. Nonostante gli impegni presi e i disperati tentativi operati a Vienna dai pochi genovesi ammessi, la Repubblica inerme viene regalata ai Savoia, che la trasformano in Ducato aggregandola al Regno di Sardegna. Notiamo che la Liguria, a differenza di tutte le altre regioni italiane, non hai mai approvato l'annessione allo Stato sabaudo prima e al Regno d'Italia poi con plebisciti o altre forme di democrazia.

Chi volesse visitare i forti costruiti dai Savoia a “difesa” di Genova, potrà notare le cannoniere rivolte non verso l'esterno delle mura ma verso l'interno, verso la città. Comunque, dopo un primo periodo di profonde incomprensioni fra gli ex-nemici, culminato con gravi scontri urbani e la calata dei bersaglieri a Genova, le complementarità territoriali, sociali ed economiche danno i loro frutti, e le reciproche convenienze emergono evidenti a fondere liguri e piemontesi nella nascente prospettiva risorgimentale e in seguito nella visione unitaria. Notevole ed articolato il contributo della Liguria alla causa unitaria: solo i nomi più noti sono Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio. In seguito il Partito Socialista Italiano nascerà proprio a Genova.

Notevoli sono i vantaggi che la Liguria acquisisce nel processo, e solo il sogno della singola Genova città-stato sotto l'egida inglese, vagheggiato nella Superba a Vienna, li può mettere in discussione rispetto al pigro e decadente periodo di indipendenza repubblicana precedente. La realtà regala alla città il ruolo di “Manchester Italiana”, la sua Borsa è una delle più importanti d'Europa e il suo porto rinasce, specialmente dopo l'apertura del Canale di Suez. In questo periodo ormai la famiglia Giudici/de Judicibus si è praticamente estinta in Liguria, mentre è ancora forte e ben consolidato il ramo campano dei Del Giudice.

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La Liguria nell'era moderna

Il passaggio da Regno di Sardegna a Regno d'Italia si rivela un percorso molto difficile e complesso, al quale molte strutture neo-nazionali si rivelano inadeguate. Nelle mille problematiche amministrative e istituzionali qualcuno trova il tempo per sottrarre gli ultimi lembi di terreno alla Liguria per assegnarli al Piemonte, come se si fosse ancora nel settecento. Comunque la regione, Genova, in particolare, gode di una consistente presenza di imprenditori e di capitali esteri, inglesi prima, che fonderanno nel 1893 il Genoa, prima squadra di calcio italiana, e tedeschi poi che, combinata con le notevoli risorse proprie che la città si era costruita nel tempo, in qualche misura le danno una marcia in più rispetto ad altre zone del Paese.

Questo non la salva tuttavia dal pagare un alto tributo ai problemi del Paese con l'emigrazione, rivolta principalmente verso l'Argentina. La prima guerra mondiale porta alla Liguria, a Genova e La Spezia dove hanno sede le grandi industrie belliche pesanti, una opportunità economica molto consistente. Il dopoguerra e la profonda crisi che porta alla gestazione del fascismo non risparmia il capoluogo, che vede il suo patrimonio industriale cooptato dall'IRI, che sbarca pesantemente in città con il più grande progetto siderurgico nazionale, realizzato poi dopo la guerra. La struttura territoriale ed amministrativa della città è ormai inadeguata al peso della sua dimensione economica, e Genova si allarga inglobando nei propri confini amministrativi alcuni paesi limitrofi: il litorale urbano è ora lungo 35 km e la città cresce all'ombra delle Partecipazioni Statali.

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Genova

Genova oggi

Stemma del comune di Genova
Stemma del comune di Genova

Genova è un comune italiano di 578.111 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e della regione Liguria, il più grande comune della regione, il sesto comune italiano e terzo del Nord Italia per popolazione, quinto per movimento economico. Appartenente ad un agglomerato urbano di 862.885 abitanti, cuore di una vasta area metropolitana di oltre 1.510.000 abitanti, la città fa parte del triangolo industriale Milano-Torino-Genova, ed è il secondo porto più grande d'Italia per traffico di merci dopo quello di Trieste.

Panorama di Genova
Panorama di Genova

Affacciata sul Mar Ligure, la sua storia è legata alla marineria, al commercio, ma anche agli Istituti Bancari. Nota per aver dato i natali a Cristoforo Colombo, Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Niccolò Paganini, il suo porto, il più esteso d'Italia, è uno dei più importanti italiani ed europei. Simbolo fisico della città è il suo faro, conosciuto come la Lanterna, mentre viene tradizionalmente rappresentata dalla Croce di San Giorgio, negli stemmi sorretta da due grifoni. Per oltre otto secoli capitale dell'omonima repubblica, Genova è stata citata con gli appellativi di “La Superba” e “La Dominante”. Genova è, inoltre, la città in cui fu composto l'Inno d'Italia.

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Genova

Dalle origini all'epoca romana

Le più antiche tracce finora ritrovate nella zona della città riguardano un piccolo insediamento di epoca neolitica, nella zona di Brignole, nel V e IV millennio a.C., e sistemazioni dell'età del bronzo antico come un muro a secco di terrazzamento presso la foce del Bisagno. La città di Genova si originò dal più antico insediamento dell'oppidum detto “di Castello” (Sarzano), sul colle che domina l'antico porto — oggi piazza Cavour — fondato agli inizi del V secolo a.C..

La collocazione del primo nucleo della città sulla collina di Castello era già stata ipotizzata agli inizi del XVII secolo. Tra il 1898 e il 1910 venne scavata gran parte della necropoli preromana ritrovata sull'adiacente Colle di Sant'Andrea: le tombe del tipo “a pozzetto” invece che “a cassetta litica” come negli altri casi conosciuti presso i Liguri e l'abbondanza di materiali di origine etrusca e greca portarono ad una discussione sull'origine degli antichi abitanti. Secondo alcuni studiosi si sarebbe trattato di una fusione di genti autoctone liguri con ampi apporti esterni, mentre altri considerarono l'insediamento come una fondazione greca o etrusca. Le indagini sulla collina di Castello, condotte a partire dal 1967 nel sito ancora ricoperto dalle macerie a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, hanno restituito resti dell'antico oppidum, interpretato come una fondazione etrusca, a difesa della sottostante insenatura portuale lungo la rotta commerciale verso Marsiglia, in un punto dove si aprivano vie di collegamento verso la pianura padana. La presenza etrusca nell'area della città è confermata dal recente ritrovamento all'Acquasola, nel corso dei lavori per la metropolitana, di un tumulo funerario datato al VII-VI secolo a.C..

Nel corso del IV secolo a.C. si sviluppò un maggiore interesse allo sfruttamento delle risorse locali, con la creazione di officine per la produzione di materiali ceramici. Poi, alla fine del III secolo a.C., durante la seconda guerra punica, l'oppidum genovese, a differenza di altri centri liguri che si schierarono con i Cartaginesi, fu alleata di Roma e fu distrutta nel 205 a.C. dal generale punico Magone, fratello di Annibale. La città venne quindi ricostruita dal proconsole Spurio Lucrezio e nel 197 a.C. Quinto Minucio Rufo liberò il retroterra della città dall'occupazione delle ultime tribù liguri locali, site lungo l'asse che porta verso le colonie romane di Piacenza e Cremona. Strabone cita il centro ricostruito come emporio dei Liguri.

Lo storico greco Artemidoro di Efeso nel II secolo a.C. e Pomponio Mela nel I secolo riferiscono che la città era nota anche con il toponimo di Stalia (Σταλìα). Secondo una vecchia ipotesi della fine dell'Ottocento e degli inizi del Novecento tale toponimo era stato considerato corrispondere all'attuale località di Staglieno, dove è stata ipotizzata la presenza di un porto, collocato sul torrente Bisagno a circa 5 km dalla costa, al tempo ritenuto il sito della Genova preromana, ipotesi ad oggi smentita da ritrovamenti più recenti nelle zone più vicine alla costa.

L'origine del nome Genova viene fatto risalire ad una radice indoeuropea *geneu- (“ginocchio“) oppure *genu- (“mascella, bocca“); genu- sarebbe un'allusione alla foce (“bocca“) di uno degli antichi corsi d'acqua del sito o alla forma dell'insediamento sul mare; a corroborare questa evidenza è il fatto che la maggioranza dei linguisti considerino Genua e Genaua (Ginevra) varianti dello stesso nome. Interessante anche il significato di “Ianua“ come porta. Il nome potrebbe anche derivare dal dio Giano bifronte, con una faccia che guarda verso i monti (interno) e l'altra verso il mare (esterno); è infatti rappresentato in diverse decorazioni della città, tra cui il tempietto-fontana in Piazza Sarzano. Secondo una recente teoria l'origine del nome potrebbe essere riportata a una parola etrusca, ritrovata su un coccio di vaso, contenente la scritta Kainua, che in lingua etrusca significherebbe “Città nuova“.

Sconfitta Cartagine, Roma puntava a espandersi verso nord, e si servì di Genova come base di appoggio per incursioni, tra il 191 e il 154 a.C., contro le tribù liguri dell'entroterra, da decenni alleate con Cartagine. Fu in questo periodo che si percepì una primitiva vocazione dello scalo genovese come porto di scambio, grazie ai traffici che si svilupparono con le più importanti città romane dell'entroterra: Tortona (Derthona) e Piacenza (Placentia). La romanizzazione si evidenziò con l'espandersi della città dal primitivo castrum della zona di Santa Maria di Castello e del promontorio del Molo, verso la zona dell'attuale San Lorenzo e del Mandraccio. In età augustea Genova, con la Liguria, faceva parte della Regio IX, ma le fonti ci dicono poco altro.

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Genova

Dai barbari alla prima indipendenza

Dopo la caduta dell'Impero romano, Genova segue le sorti dell'Italia, venendo governata dagli Eruli di Odoacre (476-493) e dai Goti per poi ritornare in mano romano-bizantina; nominalmente nel 538 sebbene Teia morì nel 553. Sostanzialmente l'organizzazione della Prefettura rimase intatta in questi anni, quindi Genova, con la Liguria, rientrava nella provincia delle Alpi Cozie. Nel 568 i Longobardi invasero l'Italia, ma non la Liguria. Nel 580 i Bizantini riorganizzarono l'Italia costituendo le eparchie: in particolare la Liguria con Genova passò sotto l'Urbicaria. Dopo soli quattro anni Maurizio I di Bisanzio istituì la Provincia Maritima Italorum nel contesto dell'Esarcato di Ravenna.

Non è certo se Genova fosse capoluogo di queste amministrazioni o di ulteriori suddivisioni. È noto però che con la caduta di Milano sotto il dominio Longobardo (569), Genova accoglie i vicarii del Prefetto Pretorio e lo stesso Arcivescovo milanese con curia al seguito. Può esserci comunque stata una precedente riorganizzazione territoriale in direzione genovese, forse da porre temporalmente nel contesto della guerra gotica, da far risalire alla distruzione di Milano da parte di Teia e Uraia, tant'è che gli stessi Longobardi alla città imperiale preferiscono Monza e Pavia.

I Longobardi si espansero ulteriormente ed intorno al 599 conquistarono il Basso Piemonte, tagliando la Liguria dal resto dell'Italia bizantina. Negli ultimi mesi del 643, Rotari conquistò tutta la Liguria, che quindi rientrò nel Ducato di Asti, suddivisione amministrativa della Neustria longobarda. I monaci dell'abbazia di Bobbio (longobardo e cattolico), attivissimo centro di evangelizzazione e di rinascita agricola sotto la protezione del Papa, vi instaurarono alcune fondazioni religiose aventi come riferimento l'antica Chiesa di S. Pietro della Porta, l'odierna Chiesa di San Pietro in Banchi, presso le mura della Genova bizantina nella zona di Soziglia, la chiesa di San Michele (la futura l'Abbazia di S.Stefano), la distrutta Chiesa di San Colombano nell'attuale zona di piazza Dante e celle monastiche dotate di ampi possedimenti fondiari, in principio parte integrante del grande Feudo monastico di Bobbio continuo da Bobbio verso la Val Trebbia e parte della Val Bisagno, in seguito autonomi sotto l'abbazia di S.Stefano. Essi favorirono la rinascita agricola, con la diffusione di vigneti, castagneti, oliveti e frantoi e la coltivazione in terrazza ed il commercio attraverso le “vie marenche”, nuove vie commerciali con la Pianura padana attraverso le future e varie vie commerciali e di comunicazione: olio, sale, legname, carne e via dicendo.

Dopo la dominazione longobarda, durante il IX secolo, il territorio ligure passò sotto il dominio di Carlo Magno e venne organizzato in contea. Con l'affievolirsi del controllo centrale, Genova venne accreditata a un'aristocrazia locale di vicari (vicecomites, cioè visconti). Nel 950-951 il re Berengario II terminò la riorganizzazione del territorio del nord Italia, iniziata da Ugo di Provenza costituendo la Marca Obertenga: Genova e i diritti su Bobbio (feudo monastico imperiale), Luni, Tortona, Milano, Pavia, furono affidate a Oberto I, capostipite di una schiatta che aveva le proprie roccaforti a Luni e Sarzana. Nella lotta tra Berengario ed Ottone di Sassonia il marchese Oberto I si schierò a favore di quest'ultimo, mentre la città di Genova giurò fedeltà a Berengario e al figlio Adalberto, ottenendo così, nel 958, un diploma che dichiarava indipendente la città e i possedimenti dei suoi cittadini da qualsiasi “duca, marchese e conte, sculdascio, decano o qualsiasi altra persona grande o piccola del nostro regno”. Simile indipendenza verrà poi confermata dal marchese Alberto dei Malaspina (famiglia originata dagli Obertenghi) nel 1056.

I saraceni, che al tempo battevano le coste del bacino occidentale del mar Mediterraneo, nel 935 mettono a ferro e fuoco Genova. La storia è raccontata da Liutprando da Cremona, non testimone oculare, ma quantomeno coevo. Più di duecento anni dopo Jacopo da Varazze ci racconta di come i Genovesi, ripresisi presto, inseguirono i saraceni sino all'isola dei Buxinarii a nord est della Sardegna e li sterminarono, ammonticchiando le carcasse a monito, tant'è che da quel dì l'isola prese il nome di Mortorio. Anche se non ci si può fidare della veridicità di tale aggiunta jacopea, essa è indice di una costante belligeranza marittima. L'episodio comunque non mise termine alla saga: sempre Jacopo ci racconta di come cinquant'anni dopo, nel 985, il vescovo genovese Landolfo I trasla le spoglie di San Siro, protettore di Genova, all'interno della cinta muraria nella Cattedrale, per paura di un eventuale furto da parte di nemici irreligiosi. Questo evento occorre ben tredici anni dopo la spedizione punitiva genovese contro la colonia arabo-berbera di Frassineto nel 972: si viveva quindi un continuo stato di allerta lungo le coste mediterranee per le ripetute incursioni di pirati.

Data la longevità del centro di Frassineto rispetto ad altri rifugi sarracini, gli studiosi suppongono che la colonia fosse uno stabile emporio commerciale, più che ricetto di filibustieri: ciò non toglie che da lì potessero partire avventure piratesche. Facile capro espiatorio, Frassineto venne distrutta nel 972-973 dalle forze congiunte di liguri e provenzali, organizzate da Guglielmo I di Provenza con l'aiuto del piemontese Arduino il Glabro e col beneplacito di papa e imperatore. Gli Obertenghi parteciparono indirettamente alla guerra, attraverso i ben più motivati vicari genovesi che proprio in tale occasione si organizzarono nelle tenaci coniurationes che porteranno alla costituzione del comune indipendente e poi della repubblica. La distruzione di Frassineto non fermò l'aggressività islamica né altre incursioni piratesche né tantomeno più ampie azioni militari come il tentativo di conquista della Sardegna da parte di Mujāhid al-ʿĀmirī, wali di Dénia e delle Baleari. Nel 1016, Genova alleata a Pisa, sbaragliarono la flotta andalusa.

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Genova

Prima epoca aurea: la fondazione del Comune e le crociate

In principio le libere associazioni erano tre, diverse tra loro: le Compagnae, appunto, le Coniurationes e le rassae. Alla fine fu la prima forma di aggregazione dei cittadini genovesi ad avere la meglio. Caffaro di Rustico da Caschifellone, annalista genovese, annotò con dovizia di particolari nel 1099 nei suoi Annali come si giunse alla nascita — della “Compagna Comunis”, e come esso costituisse una sorta di patto federativo in grado di unire tutte le Compagne nelle quali si era fino ad allora suddiviso topograficamente e demograficamente l'insieme del territorio, compreso tra le zone dette del “Castello” e del “Borgo”.

La “Compagna” nasce quindi come patto di solidarietà che si rivelerà fondamentale quale strumento di espansione e consolidamento territoriale, anche in funzione dei rapporti allora nascenti tra la l'Arcidiocesi e le potenti famiglie viscontili che fino ad allora avevano agito da funzionari imperiali ma che sarebbero poi divenute feudatarie dello stesso vescovo. La definizione di Compagna Communis venne modificata in “Respublica Ianuensis”, o Repubblica di Genova, dopo la svolta filospagnola di Andrea Doria).

Le prime basi del colonialismo genovese furono poste con le crociate, durante le quali gli interessi, dal limitato orizzonte della riviera, si spostarono a Oriente. La prima spedizione genovese partì con gli altri crociati europei nel 1097, e con la conquista di Antiochia, i genovesi ottennero una chiesa e un fondaco, ovvero un quartiere commerciale proprio nella città liberata. Fu sulla via del ritorno che i crociati liguri trovarono quelle che furono ritenute le ceneri di San Giovanni Battista, che in seguito si affiancò a San Giorgio e San Lorenzo come patrono della città.

Fu determinante l'aiuto offerto dai genovesi per la conquista di numerose città della Terra Santa, prima fra tutte Gerusalemme, dove il capitano e ammiraglio Guglielmo Embriaco giunse con truppe fresche e rifornimenti in un momento di grande sconforto. Consci di essere incalzati dalle truppe nemiche, Guglielmo e suo fratello Primo ordinarono lo smantellamento delle navi, e con il legname al seguito, si diressero verso la città santa. Ideate e costruite con le navi smontate furono alcune innovative armi d'assedio quali la torre mobile, con la quale Embriaco si arrampicò da solo sulle mura della città, incitando i soldati cristiani a fare altrettanto. Grazie al riutilizzo di un “bolzone”, una sorta di ariete sospeso, con il quale gli assediati tentarono di respingere le torri, i crociati poterono raggiungere le mura e da lì irrompere nella città, conquistandola. Addirittura Baldovino, re della Gerusalemme conquistata, succeduto al fratello Goffredo di Buglione, fece incidere sull'architrave della chiesa del Santo Sepolcro la scritta a caratteri d'oro “Præpotens Genuensium præsidium” (potentissimo presidio dei Genovesi); scritta che in seguito fu cancellata per volontà di un successivo re.

Nel 1100 l'Embriaco, assieme all'annalista Caffaro di Rustico da Caschifellone, futuro console e “padre della patria”, guidò la terza spedizione ligure in Terrasanta, dove lo stesso Caffaro riferisce un atto di eroismo dell'Embriaco alla presa di Cesarea: rimasto isolato dai suoi uomini per il crollo di una scala a pioli, riuscì secondo la cronaca a catturare un prigioniero e usarlo come ostaggio per garantire l'arrivo dei crociati sulle mura in suo aiuto. Grazie alla presa della città, i genovesi poterono conquistare il Sacro Catino, reliquia tuttora conservata nella cripta della Cattedrale di San Lorenzo, in città. I più celebri e ricchi possedimenti furono Giaffa (oggi parte di Tel Aviv), Gibello, Cesarea di Antiochia e San Giovanni d'Acri in Terra Santa.

Nel 1147, Genova, non partecipando alla seconda crociata in Terrasanta, intervenne invece nella cosiddetta “Crociata di Spagna”, processo facente parte della Reconquista, con la quale la dinastia degli Almohadi di religione islamica, vennero cacciati dalla Penisola iberica, Processo, quello della Reconquista, durato comunque assai a lungo, al quale partecipò, passando alla storia (soprattutto letteraria) il celebre El Cid Campeador, che militò nell'una e nell'altra parte, e che fu concluso da Ferdinando II di Aragona. Uno dei Califfi[senza fonte] tentò un'alleanza con Pisa, e Genova per tutta risposta assalì una sua flotta, depredando ben 22 navi. L'impresa iberica venne guidata dal console Caffaro. Assieme a Oberto della Torre, assediò Minorca. Durante la notte i genovesi furono assaliti dai mori: l'attacco, sventato, favorirà l'ingresso dei liguri in città, dove gli abitanti furono resi schiavi. Caffaro quindi mosse su Almería (1147, Battaglia di Almeria), con il placet del Re di Castiglia che intanto conquistò Cordova. I musulmani di Almería, timorosi di fare la stessa fine di Minorca, offrirono 113.000 marabottini ai genovesi per la pace. Caffaro rifiutò la pace, e concesse soltanto una tregua, cosicché i musulmani gli offrirono 25.000 marabottini più la consegna dell'emiro e di altri 8 ostaggi, come anticipo, ottenendo il consenso di Caffaro. Durante la notte l'emiro si diede alla fuga, e ai genovesi non restò che attaccare la città il giorno seguente con un assalto alle mura. Il Re di Castiglia chiese ai genovesi di attendere il suo arrivo prima di entrare in città, promettendo di arrivare con tutto il suo esercito. In cambio offrì ai genovesi ⅔ di Almeria per 30 anni, una chiesa e un fondaco in tutte le città conquistate. Caffaro accettò la proposta del re e levò temporaneamente l'assedio.

I genovesi tornarono con una flotta di quasi 200 navi presso la città, ma i rinforzi del re non si videro, fu inviato solo il Conte di Barcellona con pochi armati. I genovesi, sentitisi traditi, diedero l'assalto in dodicimila alla città, e la conquistarono facendo ventimila morti e diecimila prigionieri, senza l'aiuto del Re di Castiglia che arrivò soltanto a conflitto quasi terminato in modo da onorare parzialmente l'accordo. Nel 1149, assieme ai Cavalieri Templari, al Signore di Montpellier, a crociati inglesi e soldati tedeschi e fiamminghi, i genovesi attaccano Tortosa. Gli ingegneri genovesi costruirono un castello mobile circondato da guarnizioni di reti, in modo da reggere l'urto dei proietti di catapulta nemici. I soldati del Conte di Barcellona intanto disertarono per non essere stati pagati. I genovesi, sempre più feroci e scontenti dei loro alleati, ottennero una tregua di 40 giorni dai saraceni: se alla fine di essi da parte saracena non fossero arrivati rinforzi, l'emiro avrebbe ceduto la città. Così accadde, e anche Tortosa cedette allo stendardo di San Giorgio.

Stretti accordi commerciali con i monarchi spagnoli, i genovesi ottennero fondaci e colonie e consegnarono le città agli spagnoli. Le imprese di Spagna saranno incise in latino sulle targhe ancora oggi presenti sul cancello della città di Porta Soprana: “Da guerra del mio popolo fu scossa finora l'Africa oltre le regioni dell'Asia da qui tutta la Spagna. Conquistai Almeria e soggiogai Tortosa, sette anni fa questa e otto anni fa quella”.

Federico Barbarossa segnò senza dubbio la storia italiana: eletto come Sacro Romano Imperatore nella prima metà del XII secolo, reclamò gran parte dell'Italia come dominio imperiale. Convocata la celebre “Dieta di Roncaglia” l'imperatore ricevette tra gli altri delegati anche Caffaro e Ugo della Volta, i quali gli manifestarono l'intenzione della Repubblica a restare indipendente dal dominio imperiale. I liguri avevano già ottenuto da un predecessore dell'imperatore nel 1139 il diritto di battere moneta, sempre tuttavia con effigie imperiale, senza servirsi della zecca di Pavia, il primo passo verso una maggiore indipendenza. Ricevendo dagli italiani parecchie opposizioni, Federico passò alle minacce e sfogò la sua aggressività sul nord-Italia, attaccando città come Asti o Tortona. In principio non intervenne militarmente sulla principale oppositrice, Milano, né tanto meno su Genova, ma giunse infine a Roma dove si fece incoronare, ed elesse un “antipapa”. Appurata ancora l'opposizione dei comuni lombardi, attaccò ed espugnò infine Crema e Milano. In quel momento attese un segno di distensione dalla repubblica genovese. I consoli della repubblica, tra cui Guglielmo Porco e Guglielmo Lusio, ordinarono di rinforzare le mura della città di Genova. La costruzione avvenne in tempi di record e impegnò l'intera cittadinanza. A testimonianza dell'esistenza di quelle mura resta ancora oggi Porta Soprana. Appurata l'inespugnabilità di una città costiera che poteva rifornirsi dal mare, Federico chiese un giuramento di fedeltà da parte della repubblica, al quale i consoli acconsentirono purché non dovessero versare tributo, ed ottennero la pace, la stessa pace che Milano dovrà ottenere con la forza a Legnano. In cambio della rottura dell'alleanza con il Regno Normanno di Sicilia, di orientamento guelfo, i genovesi ottennero inoltre dall'imperatore il diritto di eleggere i consoli e amministrare la giustizia senza influenza imperiale. Federico, sconfitto dalla Lega Lombarda, morì infine guadando un fiume durante la Terza Crociata.

I genovesi ottennero dal Re di Francia un lauto pagamento per il trasporto dei crociati francesi in Terrasanta, dove il Saladino aveva riconquistato Gerusalemme. Riccardo Cuor di Leone rifiutò invece l'offerta genovese, ma si recò lo stesso in città per discutere la strategia di guerra con il monarca francese. Quella con il Barbarossa, non fu l'unica tensione genovese contro la potenza che dominava allora sull'Europa: Federico II, con l'aiuto del fuoriuscito genovese Ansaldo De Mari, tentò di minacciare la città con una flotta da guerra. Anche allora i genovesi risposero con audacia, armando una loro propria flotta in tempi rapidissimi e costringendo quella imperiale a ripiegare. La morte dell'Imperatore impedì che il conflitto proseguisse. Tale era comunque la potenza genovese sul Mediterraneo che proprio dalle navi genovesi gli Inglesi trassero la loro bandiera, usata dai convogli di Sua Maestà per navigarvi in sicurezza, per concessione del Doge e sotto pagamento di un'ammenda. La concorrenza di Pisa e Venezia, nonché la rivincita musulmana sugli stati crociati sotto Saladino, posero termine ai domini in Medio Oriente e alle vivaci e ricchissime colonie là create dai Genovesi.

Con dure lotte, specialmente contro i Malaspina, i genovesi presero finalmente pieno controllo della Liguria, lasciando solo poche zone franche come Noli. Savona in quest'epoca iniziò a crescere come città e a fare concorrenza alla Superba. Tutto questo passò presto in secondo piano, poiché Genova piombò in guerra civile, che era stata evitata per molti anni. La formazione delle “Rasse” e le rivalità tra i feudatari fuori città portarono allo sfascio. Per un problema di precedenze, si innescò uno scontro armato tra i sostenitori di Fulcone di Castello e quelli di Rolando Avvocato. Il figlio di quest'ultimo rimane ucciso. Il conflitto tra le due casate trascinò diverse famiglie in esso, tra cui i Della Volta, parenti di Fulcone, che chiamarono duecento Scherani, cioè assassini prezzolati, in città. Era diventato altresì impossibile chiamare il parlamento a consiglio per paura di risse, e nelle spedizioni militari per pacificare la Liguria, una fazione spesso abbandonava il campo se v'erano esponenti dell'altra presenti. I consoli erano disperati. Nel 1163 crearono un nuovo Corpo di Polizia affinché facesse piazza pulita di chi, fingendo faziosità, facesse il bandito: come pena v'era l'impiccagione, l'ammenda o il taglio di mani o piedi. In città però continuavano i tumulti e i consoli vararono una legge dove tutti i cittadini avrebbero dovuto dichiarare la pace, dopo una sfida a duello dei due leader faziosi e contendenti, qualsiasi fosse l'esito. I due capi fazione non poterono rifiutarsi e una mattina le campane della Cattedrale di San Lorenzo suonarono per dare inizio al duello. Tutta la città rimase in silenzio, mentre Rolando e Fulcone in armatura si avvicinarono all'arcivescovo Ugone della Volta, il quale tentò di mediare per l'ultima volta ai loro dissidi. Rolando pianse ricordando affettuosamente il figlio morto fino a gettarsi a terra. E dicendo di non volere essere responsabile di altre morti che certamente avrebbero seguito le loro, invocò la pace. Lo stesso fece Fulcone, aspettando l'approvazione, che arrivò, del suo capofamiglia. E a Genova per nove anni vi fu la pace.

Nel 1191 le risse si erano riaccese a Genova; per ovviare a ciò, si decise di abolire i consoli eletti localmente tra i maggiorenti della città, e di nominare un Podestà chiamandolo da una città esterna, in modo che potesse essere imparziale. Sarebbe stato affiancato da un Consiglio Maggiore o Senato, dai consiglieri del Magistrato degli Otto e dal Consiglio Minore. Purtroppo alla nomina di Manegoldo del Tettuccio, primo podestà, i figli dello stesso Fulcone di Castello, irruppero nel luogo della cerimonia del passaggio di consegne tra consoli e podestà, e uccisero l'ex-console Lanfranco Pevere, colpevole a loro detta di avere favorito la fazione degli Avvocato. I “folchini” scapparono a Piacenza, e Manegoldo fece radere al suolo il loro palazzo per punizione. Fino al 1270 le lotte tra casate continuarono tra precari periodi di pace, ed in esse può essere individuata la relativa debolezza della Repubblica.

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Seconda epoca aurea: la vittoria su Pisa e il dominio politico su Bisanzio

Seguì alla fortunata epopea mediorientale la fondazione delle basi genovesi nel Mediterraneo centrale e orientale, nonché nel Mar Nero. Aigues Mortes, principale porto francese, era di fatto proprietà di Guglielmo Boccanegra, nonno del più celebre Simone e grande amico del re Luigi IX il Santo: egli affidò al genovese la fortificazione della città, opera che tutt'oggi si può ammirare nella sua bellezza ed imponenza. Nelle isole spagnole sottratte agli Arabi e nella Spagna continentale i genovesi strutturarono un commercio secolare, con basi nelle grandi città riconquistate dai legittimi proprietari spagnoli.

I dissidi interni, vera rovina della Repubblica, non cessarono nemmeno dopo la fortunata epopea mediorientale. L'istituzione di un “Capitano del Popolo” (prima in veste singola, poi duale), Guglielmo Boccanegra, di famiglia mercantile, non bastò a sanare le lotte tra le nuove famiglie borghesi emergenti e le vecchie casate nobiliari. Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di “rampini” e “mascherati”, progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di un'insurrezione ghibellina, divennero di fatto “diarchi” e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Il pretesto per la rivolta venne dopo la sfortunata ottava crociata in cui, a seguito di un'epidemia, trovò la morte Luigi IX di Francia, il quale era giunto in Nordafrica partendo da Aigues Mortes su navi liguri. Carlo d'Angiò, suo fratello minore e Re di Sicilia, da un decennio lottava per stabilire la supremazia guelfa — e la propria — in Italia. Morto il re di Francia, prese le redini della crociata, il cui obiettivo fu Tunisi invece della Terrasanta. Carlo fece rapidamente la pace con l'emiro per proseguire il suo piano di aggredire Costantinopoli e ripristinare l'Impero Latino, al quale era unito da legami matrimoniali tramite suo figlio e la figlia dell'Imperatore Baldovino II (spodestato dall'ortodosso Michele Paleologo con il supporto genovese). Questa minaccia all'antico alleato bizantino oltre alla crescente supremazia guelfa in italia, alla disfatta della crociata effettuata con navi genovesi e al tentativo di imporre su Ventimiglia un podestà anch'egli guelfo, furono le cause dell'insurrezione ghibellina.

Veduta di Genova nel XII secolo - Ricostruzione del Cevesco
Veduta di Genova nel XII secolo
Ricostruzione del Cevasco

Antiche Mappe della Liguria e Genova

All'insediamento dei diarchi e all'istituzione di un “abate del popolo” in affiancamento ai due Capitani, con funzione di rappresentante della borghesia e dei ceti popolari, seguì l'espulsione della nobiltà guelfa cittadina, guidata tradizionalmente dalle casate Grimaldi e Fieschi. I primi si rifugiarono nel ponente ligure, mentre i Fieschi trovarono riparo nei loro feudi dello spezzino. I Doria e gli Spinola condussero con successo campagne militari contro ambedue le casate guelfe e ripristinarono l'ordine nella Repubblica. Una seconda diarchia Doria-Spinola avvenne negli ultimi anni del XIII secolo, prima di lasciar posto nuovamente alla figura del podestà.

La lotta con Pisa, vera potenza navale del Mediterraneo, si era protratta da circa due secoli, con vittorie da ambo le parti, guerra di corsa ed ogni sorta di manovra e alleanza volta ad eliminare l'avversario. L'occasione della vittoria finale da parte genovese avvenne nel 1284 dopo la Battaglia della Meloria. Pochi anni dopo, i genovesi, in seguito al mancato rispetto degli accordi di pace da parte pisana, distrussero ed interrarono Porto Pisano, costringendo la repubblica toscana ad abbandonare ogni espansione marittima, e Genova pose gli artigli su tutta la Corsica e sul Logudoro nel Nord della Sardegna. Archiviato un nemico, Genova dovette scontrarsi con un avversario ugualmente potente: la Repubblica di Venezia. Il sostegno genovese all'Impero Bizantino, andò di contro con il saccheggio di Bisanzio da parte dei crociati nel 1204, guidato dai veneziani, durante la Quarta Crociata.

Dopo dure sconfitte da parte genovese nella guerra di San Saba e nel conflitto combattuto assieme all'alleato bizantino, i genovesi ebbero la loro rinvincita: nel 1298, alla Battaglia di Curzola, i liguri vennero allo scontro diretto e distrussero buona parte della flotta di Venezia. La lotta tra le due repubbliche culminerà nella guerra di Chioggia, senza che nessuna delle due potenze navali prevalesse sull'altra: i genovesi furono respinti dal Veneto, e dalla “Pace di Torino” non vennero mai più significativamente in conflitto. Proprio in questi anni, inoltre, nasce la letteratura genovese vera e propria, con le poesie dell'Anonimo Genovese, alias Lucheto.

Un altro importante episodio bellico avvenuto nel 1261 schiuse ai genovesi le porte del Mar Nero e dell'Egeo, in seguito al trattato di Ninfeo stipulato con l'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo che prevedeva un intervento navale genovese nelle acque di Costantinopoli per ripristinare il legittimo imperatore. Questi, infatti, era in esilio a causa della IV crociata condotta dai veneziani nel 1204, il cui scopo era stato la conquista dell'impero d'Oriente per controllarne così i commerci.

Il comune ottenne immensi privilegi oltre al monopolio degli stretti, indispensabile per controllare i commerci nel Mar Nero: il bacino fu infatti definito “lago genovese”. Le opere realizzate dagli uomini della Superba (o Dominante come era definita allora Genova) su quelle coste furono così tante che in epoche recenti vennero spesso attribuite a loro anche opere realizzate dopo il periodo del dominio genovese. La presenza ligure in quel periodo arrivava fino ai più estremi confini orientali, lambendo perfino Iran e Iraq. Poterono così fiorire e crescere oltre alle colonie di Famagosta e dell'isola di Cipro, il quartiere di Galata ad Istanbul, nel quale si conserva ancora la torre del Cristo, ultimo baluardo della cristianità contro l'invasione turca, i possedimenti come Trebisonda, Sebastopoli, Teodosia (Caffa), Belgorod nel Mar Nero, le isole di Lesvos, Chio, Creta e Rodi nel Mar Egeo, Smirne, Efeso e Focea (che garantiva il monopolio sull'allume) sulle coste della Turchia.

Le lotte intestine non cessarono nemmeno dopo i successi navali del XIII secolo. I troppi interessi economici in gioco, costrinsero ulteriormente il governo della città ad abbandonare le figure istituzionali precedentemente adottate, dai consoli in poi. Dopo ben cinque diarchie Doria-Spinola (ghibelline) e una Fieschi-Grimaldi (guelfa), intervallate da diverse forme di governo, fu così creata la carica di Doge, similmente a quello che già accadeva a Venezia. Simone Boccanegra, eletto nel 1339 e a cui Giuseppe Verdi dedicò un'opera secoli più tardi, tentò di estromettere i nobili e coloro che erano coinvolti in lotte plurisecolari, dal governo cittadino. Pagò la sua politica prima con le dimissioni spontanee e successivamente con la vita durante il suo secondo dogato, quando fu assassinato. Dal dogato a vita, si passò infine alla carica di dogi biennali. Questa fu l'ultima figura politica dominante della Repubblica, se si escludono gli otto “Capitani di Libertà” nel XV secolo e quelle introdotte durante le signorie straniere dei secoli a venire.

Un secolo di congiure, lotte interne e dominazioni straniere fiaccarono la Repubblica, che seppe però generare il primo istituto di credito moderno al mondo, il Banco di San Giorgio, al quale venivano spesso affidati i domini d'oltremare e che divenne, in pratica, uno Stato nello Stato, anzi il vero Stato dal quale Genova sarebbe risorta. Il dominio sulla Sardegna, ottenuto dopo la sconfitta di Pisa, cessò per l'invasione dell'isola da parte del Regno di Aragona, nel XIV secolo.

Durante il 400 Genova fu soggetta per tre volte al dominio francese: la prima volta dal 1396 al 1406, in cui Carlo VI di Francia mise Jean Le Meingre detto Boucicault come suo governatore. Fu proprio sotto l'egemonia francese che nacque il Banco di San Giorgio, dove si univano coloro che avevano prestato denaro allo Stato e potevano ricevere quindi indietro titoli di governo delle colonie, e proventi delle entrate pubbliche. Il Banco di San Giorgio, fu detto varie volte, rappresentò per secoli il vero centro di stabilità della Repubblica. Esso derivò dal sistema delle “Compere”, ovvero l'acquisizione di proventi statali dopo prestiti che il governo richiedeva alle famiglie nobiliari e mercantili. Questo sistema fu molto simile a quello delle moderne “Società per Azioni”, ma senza un'organizzazione centrale, fu difficile mantenere un bilancio e quindi un debito pubblico stabile, perciò nacque questa istituzione. Il secondo dominio francese avvenne verso il 1460, ma non fu l'unico dominio straniero. Ma prima degli stranieri furono i milanesi (prima i Visconti tra il 1353 ed il 1356 e tra il 1421 ed il 1436, poi gli Sforza dal 1464 al 1499 con alterne vicende) che riuscirono a governare la città.

La conquista turca di Costantinopoli diede un altro scrollone alla politica estera della Superba. Nel 1453 la capitale dell'Impero Bizantino, ormai ridotto ad un fazzoletto di terra, cadde sotto le forze del nascente Impero ottomano. Il contingente genovese della colonia di Galata ebbe un certo ruolo nella disperata difesa della città. Giovanni Giustiniani Longo, comandante dei genovesi, lottò assieme all'Imperatore stesso e fu infine ferito a morte. Molte colonie genovesi, dopo la sconfitta Bizantina, reggevano sotto la guida di consorzi di creditori della Repubblica chiamati Maone e sarebbero andati avanti per circa altri due secoli. Gli interessi di Genova però erano destinati a cambiare e la svolta definitiva la diede Andrea Doria con la sua politica filospagnola. Un terzo dominio francese si ebbe infine alla fine del Quattrocento. Nel secolo successivo Genova verrà coinvolta nel conflitto tra Francia e Spagna.

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Dominio economico sull'Impero asburgico: il secolo dei genovesi

L'epopea coloniale genovese si manifestò comunque nei secoli anche attraverso le esplorazioni, eseguite per conto della repubblica o spesso per altri sovrani, fu così che i fratelli Vivaldi si avventurarono nel 1291 a sud delle colonne d'Ercole e non fecero più ritorno, Lanzerotto Malocello scoprì le Canarie (1310-1339 ca), Antonio da Noli le isole di Capo Verde (1460-1462) e Antonio Malfante attraversò per primo il Sahara nel XV secolo, il più celebre fu poi Cristoforo Colombo, genovese che partendo dalla Spagna, scoprì il “nuevo mundo” come lui stesso ad un certo punto lo definì. Con il cambiare dell'assetto geopolitico nel Mediterraneo, gli interessi dei genovesi si spostarono e materializzarono con basi e possedimenti nel settore occidentale del Mediterraneo, l'antico Mare Nostrum, e in Europa (ove comunque operavano già da tempo), come a Marsiglia (subentrata ad Aigues Mortes), Barcellona, Siviglia. Dopo la scoperta dell'America si diceva: «L'oro nasce in America, muore a Siviglia e viene seppellito a Genova».

Gibilterra era popolata in gran parte da genovesi (ancor oggi l'elenco telefonico presenta numerosi cognomi genovesi), a Tabarka loro colonie continuarono a operare, così come al largo delle coste della Tunisia e i convogli della Repubblica continuarono e potenziarono i loro collegamenti con gli Stati del Nord Europa. In Sicilia e nel sud Italia molti genovesi finanziatori della corona spagnola ricevevano feudi in pegno o come risarcimento, ne sono esempio Lercara Friddi (della famiglia Lercari) o il ducato di Tursi ed il principato di Melfi, dei Doria.

Perfino a Roma il porto di Ripa Grande era gestito dai genovesi, con un rione (Trastevere) interamente occupato dai marinai liguri per i quali fu costruito anche un ricovero, gestito dalla Confraternita di San Giovanni Battista dei Genovesi oppure dove famiglie come i Doria o i Giustiniani decisero di stabilire le proprie dimore; Matteo e Vincenzo Giustiniani erano due fratelli che grazie al loro mecenatismo divennero i più grandi collezionisti di Roma, il loro palazzo è oggi sede del Senato della Repubblica. Ancora oggi a Milano si trovano palazzo Spinola e Palazzo Marino, sede del comune: entrambi sono intitolati a famiglie genovesi. Nel Nord Europa vennero poste basi finanziarie e commerciali in tutte le sedi delle principali fiere e in alcune città della lega anseatica, a Bruges esiste ancora oggi la “Genoese Lodge”. Nel 1505, il tintore Paolo da Novi, in seguito eletto doge, guidò una rivolta per liberare la città dal dominio francese. In seguito alla riconquista transalpina della città, fu tuttavia destituito e giustiziato.

Nel XVI secolo, Genova come del resto gran parte dell'Europa, era contesa sotto le mire dell'Imperatore Carlo V e di Francesco I di Francia. La città si trovò ben presto occupata da forze dell'una e dell'altra fazione, e le famiglie genovesi, da secoli impegnate in scontri l'une contro le altre, si schierarono di conseguenza contribuendo a lotte e congiure. Dal caos di questo periodo uscì la figura di Andrea Doria, maggiore responsabile della rinascita della città. Dopo la partecipazione all'impresa della Briglia, nel quale al contingente francese insediato nella fortezza omonima, posta sotto la Lanterna, venne impedito l'arrivo di rifornimenti via mare, Andrea Doria divenne capitano di mare, e si schierò dapprima al comando dei francesi che combatté in gioventù, e in seguito della flotta pontificia, contro Carlo V. Dopo il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi di Georg Von Frundsberg, al quale vanamente si oppose anche Giovanni dalle Bande Nere, i risultati navali del Doria furono resi vani. Il Doria collaborò dunque di nuovo con i francesi per liberare Genova, stavolta sotto forze spagnole e imperiali (si ricordi che Carlo V, per discendenza era sia Re di Spagna che Imperatore del Sacro Romano Impero), ma allo scadere del contratto, passò dalla parte Asburgica. Questo gesto, che alcuni considerarono un tradimento, fu in realtà perfettamente lecito, in quanto il contratto del Doria era legalmente scaduto, e inoltre Genova era saldamente in mano francese, essendo passata da un tiranno all'altro. Per di più il monarca francese non intendeva rispettare alcuni patti presi prima della liberazione della città, come la cessione di Savona alla Repubblica. Questi motivi spinsero il Doria a unirsi alle forze Asburgiche. Carlo V promise ai genovesi la restaurazione della Repubblica, e nel 1528 Genova tornò indipendente e sovrana.

Il Doria rifiutò la Signoria della città, preferendo lasciare ad alcuni “Riformatori” la stesura di una nuova costituzione. Savona fu la prima vittima della rinata Repubblica: il suo porto fu distrutto ed interrato, ed i genovesi provvidero a potenziare la fortezza del Priamar per dominare la città, che non si riprese più. La Compagna Communis cessò di esistere e fu istituita la Repubblica di Genova con questo nome; furono resi ancora più importanti gli “Alberghi”, liste di “iscrizione” alla nobiltà della Città, riconosciute dal governo.

La Repubblica dovette presto affrontare altre minacce dal mare: i pirati barbareschi di Ariadeno Barbarossa e di Dragut, provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Nel 1547 tuttavia i Fieschi, principali avversari dei Doria, ordirono una congiura che fallì miseramente, costando alla famiglia la perdita di territori e possedimenti. Nella congiura fu ucciso anche Giannettino Doria, parente molto amato di Andrea, la cui vendetta contro la famiglia Fieschi fu implacabile. Andrea Doria morì all'età veneranda di 94 anni, lasciando la sua eredità a Gianandrea Doria, suo nipote che fu ammiraglio della flotta genovese nella Battaglia di Lepanto del 1571.

Con l'appoggio dell'Imperatore, che si rivelò un alleato ben più fedele del Re di Francia (soprattutto per via dei numerosi interessi economici che l'Impero di Carlo V contrasse con la Repubblica), i Genovesi poterono riacquistare parte dello splendore perduto durante il quattrocento e la prima metà del cinquecento. A partire dalla riconquista del Doria, il periodo che seguì di cento anni circa infatti fu detto El Siglo de los genoveses, appunto “Il Secolo dei genovesi”; in questo periodo la città divenne ricca e sfarzosa come solo nell'epoca delle crociate era divenuta. Il destino della Repubblica si intrecciò inesorabilmente con quello spagnolo: gli iberici infatti richiedevano prestiti dai genovesi per finanziare i loro commerci e le campagne militari. Se questo fornì nuova linfa e ricchezza a Genova, né sancì anche i motivi di declino a partire dalla metà del XVII secolo.

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Genova

Dal Seicento all'Unità d'Italia

Nel 1580 la Repubblica viene definita “Serenissima” dall'Imperatore, al pari di Venezia. È l'apogeo di Genova, che da questo punto in poi dovrà affrontare sfide sempre più impegnative. È in questo periodo che inizia la costruzione di Palazzo Ducale ancora oggi monumento importante della città. Con l'impoverimento della Spagna, che spesso ritarderà nei pagamenti verso Genova, si compie inevitabilmente il secondo declino della Repubblica, declino dal quale essa non si tirerà più fuori col medesimo splendore. Eppure la Repubblica saprà resistere ancora due secoli. Approfittando del graduale impoverimento della Repubblica, che seppe trovare nel Banco di San Giorgio forse l'unica stabilità, i Savoia attaccarono la Repubblica per due volte con scarsi risultati. Non mancarono figure genovesi che tentarono di aiutare i piemontesi, come Giulio Cesare Vachero, autore di una congiura sventata.

Due eventi importanti interessano la città nel Seicento: la grande peste del 1656/57 e il bombardamento di Genova da parte della flotta del Re Sole nel 1684. Quest'ultimo evento riporterà nuovamente Genova sotto l'influenza francese. Sulla città vengono riversate migliaia di bombe (almeno 8.000 colpirono la città), e solo l'esaurimento delle munizioni sancirà la fine di questo attacco. Il Doge dovette recarsi a Versailles seppur con gli onori riservati ad un capo di stato, a chiedere personalmente il cessate il fuoco adducendo le scuse della Repubblica, rea di avere condotto una politica antifrancese.

Genova nel 1761
Genova nel 1761

Francesco Scotto (o Scoto),
«Itinerario d'Italia»
In questa nuova edizione abbellito di rami, accresciuto, ordinato ed emendato,
ove si descrivono tutte le principali città d'Italia, e luoghi celebri,
con le loro origini, antichità, e monumenti singolari che nelle medesime si ammirano.
Nella Stamperia del Bernabò, e Lazzarini, 1747.

La situazione non migliorerà nel secolo successivo: le frequenti ribellioni in Corsica costrinsero il Banco di San Giorgio, amministratore dell'isola, a “venderla” alla Francia nel 1768. Ben prima Genova ebbe a che fare con l'Impero Austriaco, all'incirca a metà del secolo. Nel 1746 la città viene occupata dalle truppe Austriache, che vengono scacciate dopo un'insurrezione popolare iniziata da Giovan Battista Perasso detto “Balilla”. Con l'avvento della Rivoluzione francese, Genova mantiene una certa neutralità contro il governo rivoluzionario, ma nel 1797 essa si alleerà con Napoleone Bonaparte. La Repubblica di Genova cessò di esistere e fu sostituita dalla Repubblica Ligure

Le truppe della coalizione antifrancese assedieranno perciò Genova nel 1800, e la difesa della città sarà affidata al generale Andrea Massena, sotto il cui comando combatté anche Ugo Foscolo. Inglesi e austriaci entrarono in città, ma giorni più tardi furono nuovamente respinti dalle forze napoleoniche. Nel 1805 la Repubblica Ligure viene inclusa nell'Impero francese. Poi, a seguito delle sconfitte di Napoleone del 1814-1815, il Congresso di Vienna stabilisce, senza aver fatto votare alcun plebiscito e contro la netta decisione della Repubblica, l'annessione dell'intera regione ligure al Regno di Sardegna. Da questo momento in poi i destini di Genova e della regione saranno legati a quelli dell'Italia.

Nella primavera del 1849, il malcontento nei confronti del governo sabaudo, già malvisto per l'annessione del 1815, sfociò in un'insurrezione e nell'instaurazione di un governo autonomo. Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II chiese una repressione dura: il generale Alfonso Lamarmora fu incaricato di guidare le truppe sabaude, dirigendo gli attacchi contro la popolazione civile assieme a truppe inglesi che attaccarono dal mare. Date le devastazioni e i saccheggi operati dalle forze piemontesi, questo evento è anche ricordato tristemente dai liguri come “il sacco di Genova”. Alla fine della repressione, il Re si congratulò con Lamarmora e i suoi, lodandoli per il buon lavoro svolto e incitandoli a proseguire nella persecuzione dei colpevoli. L'episodio è ricordato con una targa commemorativa posta nel 2008, volutamente a poca distanza dal monumento equestre a Vittorio Emanuele II di Savoia, in Piazza Corvetto.

Dopo l'apertura del canale di Suez nel 1869, Genova divenne il centro di diverse comunità straniere, tra cui una nutrita rappresentanza proveniente dal Regno Unito. I passatempo tipici della comunità britannica erano il cricket e il calcio, quest'ultimo convenzionalmente giocato dai ceti meno abbienti o dai giovani. Fu il medico e filantropo James Spensley, trasferitosi in città per assistere i marinai inglesi, a fondare nel 1893 il Genoa Cricket and Football Club, secondo alcuni documenti la prima squadra di calcio italiana. Il Genoa CFC rimane a tutt'oggi la società che può esibire il più antico documento attestante la sua fondazione, nonché la più antica società che attualmente pratica questo gioco in Italia. Il club era inizialmente aperto solo a cittadini britannici ma dal 1897 fu aperto il tesseramento anche agli italiani. Più tardi, nel 1899-1900, sarebbero nate anche le sezioni calcistiche della Società Ginnastica Sampierdarenese e della Società Ginnastica Andrea Doria, che avrebbero dato vita fondendosi nel 1946 alla squadra della Sampdoria.

In Europa e nel mondo i rapporti continuarono con le varie corti e dinastie. I De Ferrari, cui è dedicata la piazza principale di Genova, furono proprietari dell'Hotel Matignon di Parigi, ora residenza ufficiale del Primo ministro del governo francese. Edoardo Chiossone fondò e diresse l'Officina Carte e Valori del Ministero delle Finanze Giapponese, su invito del governo stesso, dopo aver lavorato come incisore a Firenze presso la banca del regno nella seconda metà dell'Ottocento. Raffaele De Ferrari, duca di Galliera e principe di Lucedio, fu munifico benefattore, finanziò la costruzione di molti tratti ferroviari in Europa, fondò il Credito Francese, e con un ingente lascito consentì l'ammodernamento del porto di Genova: la sua opera si estese fino al cofinanziamento dell'opera di apertura del canale di Suez. Sua moglie, Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera, oltre ad essere ispiratrice e finanziatrice di opere culturali e benefiche in Francia, donò alla città di Genova l'Ospedale che porta il suo nome, e magnifiche dimore come palazzo Rosso e Palazzo Bianco in Strada Nuova (già Strada Nuova o Aurea, oggi via Garibaldi), e la superba villa che porta il suo nome.

Genova era una repubblica sulla quale — considerata la posizione strategica di porta sull'Europa — molti governi limitrofi hanno posto via via gli occhi. La spuntò il regno di Sardegna, a causa del quale la città conobbe una grave crisi, poiché da molti secoli ormai Genova aveva basato la propria esistenza sulla neutralità e sugli affari, mentre la nuova dinastia amava la guerra e le tasse. Molti genovesi emigrarono nel continente americano ma non (o non solo) per disperazione come si vuol far credere, soprattutto per affari, come sempre, ed infatti è ad opera dei genovesi che è nato il quartiere (barrío) di “La Boca”, a Buenos Aires in Argentina così come furono le maestranze genovesi a fondare il porto di Valparaíso in Cile, il più grande porto del Sud America, tappa obbligata prima dell'apertura di Panama, e la ferrovia che collega le due città è ancora opera dei migranti liguri. Fu un oriundo genovese, Amadeo Peter Giannini a fondare la Bank of America. Oggi molti liguri e genovesi e loro discendenti occupano cariche importanti in tutti gli Stati dove essi o i loro antenati sono emigrati.

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Genova

Il monastero di San Silvestro

Il monastero di San Silvestro era situato presso la Salita S. Silvestro, dove ora sorge l'omonima area archeologica. Venne raso al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale. Dagli anni ’60 in poi una campagna di scavi ha portato alla luce reperti che documentano la storia di questo sito dal VI secolo a.C. fino al XV: il primo nucleo abitativo fortificato della città abbandonato in epoca romana; le fondamenta del Castello del vescovo (X-XI secolo) con torri e mastio devastati più volte dal fuoco; i muri di fondazione della prima Chiesa di San Silvestro, 𝒸𝒶.1160.

Il monastero di San Silvestro dopo il bombardamento
Il monastero di San Silvestro dopo il bombardamento
L’area archeologica di San Silvestro
L’area archeologica di San Silvestro