Data di nascita

17 agosto 1931

Periodo di riferimento

1931-vivente

Data della morte

vivente

Cosa si sa

Maria Teresa Giliberti, detta Maresa, nasce a Roma il 17 agosto 1931 da Filippo e Carolina Piana. Prima di tre figli: Maria Teresa, Orazio e Paolo. Il 2 febbraio 1956 sposa Danilo de Judicibus (❀1930-2019✟), ufficiale pilota in SPE dell'Aeronautica Militare. La coppia ha due figli:

  • Dario de Judicibus (❀1960-vivente),
  • Stefania de Judicibus (❀1965-vivente).

Vive attualmente a Genova.

La giovinezza

Nata a Roma il 17 agosto 1931, Maresa passa l'infanzia spostandosi da una città all'altra, com'è per tutti i figli di ufficiali dell'Esercito e di militari in genere. Prima a Pavia, all'età di soli tre anni, dove nasce il primo fratello, Orazio, poi a Camnago, nel comune di Lentate sul Seveso, un paio di anno dopo, dove nasce il secondo fratello, Paolo. Del periodo trascorso a Pavia, uno dei ricordi che ha più vividi è il presepe della vicina, dove ci sono alcune statuette di galline. Maresa, abituata fin da piccola a vedere nel presepe solo pecorelle, resta colpita dalla cosa, apparentemente insignificante per un adulto, ma sorprendente per una piccina di tre anni.

Quando il padre, Filippo, viene trasferito in Albania, a Tirana, Maresa è già grandicella e frequenta il 1° anno della scuola media inferiore. Allo scoppio della guerra la famiglia si trasferisce ad Ancona, in via Francesco Rismondo, quindi in un appartamento di servizio della Caserma Stamira, dove restano per alcuni anni. Nel frattempo il padre viene trasferito in Sicilia, al comando di un reggimento e lì viene catturato dagli americani che lo portano in un campo di prigionia in Algeria. Per la famiglia, che di tutto ciò non sa nulla, risulta disperso.

Così la madre Carla si ritrova da sola a tirar su tre bambini piccoli, in piena guerra e con tutte le difficoltà che questo comporta. È allora che due sorelle del padre, due zie che abitavano a Solofra, salgono su ad Ancona e, d'accordo con la madre, prendono i due bimbi più piccoli e li portano in Campania. Maresa rimane così sola con la madre ad Ancona.

Dai ricordi di
Maria Teresa Giliberti.

Il periodo della guerra

L'appartamento presso il quale Carla e Maresa abitano ha le scale esterne che danno su un giardino, dal quale partono quelle dell'appartamento dell'edificio di fronte dove abita un collega del padre, un maggiore dell'Esercito. Una notte Maresa sente dei rumori provenire da fuori, si affaccia e vede dei marinai portare di soppiatto delle casse su per le scale, nell'appartamento del maggiore. Allora la ragazza non poteva saperlo, ma si trattava di un piccolo “tesoro” proveniente dal transatlantico Rex, diretto a Trieste, dove poi venne affondato dalla Royal Air Force. In pratica è testimone di un banale “furto d'argenteria”. Purtroppo il maggiore si accorge della ragazza e della madre, che si era a sua volta svegliata. Preoccupato che potessero rivelare quello che avevano visto, la mattina dopo l'uomo si reca dai tedeschi e denuncia Carla di essere una partigiana. Nel giro di poche ore i soldati tedeschi si recano presso l'abitazione delle due donne, le prelevano e le arrestano. Inutili sono le proteste della madre di Maresa, che peraltro non parla tedesco, anche perché i nazisti non parlano italiano. Il comandante nazista sta per firmare il foglio di deportazione delle due donne verso un campo di concentramento in Germania, quando interviene un gerarca fascista, che faceva da interprete, al quale tutta la storia suona decisamente strana e che forse sa qualcosa di più su quello che è effettivamente successo. Il gerarca conosce personalmente il padre di Maresa e sa che è un ufficiale integerrimo. Così si fa dare da Carla una foto del marito e convince il comandante tedesco che la denuncia è una sorta di rappresaglia da parte del maggiore che aveva fatto delle avances a Carla, che le aveva rifiutate. Sebbene non sia la verità, per il nazista, che ha scarsa considerazione degli ufficiali italiani, è sicuramente una storia più verosimile di quella di un fantomatico furto di porcellane e altri oggetti di valore recuperati dal Rex, cosa della quale peraltro le due donne non sono ancora al corrente. Lo avrebbero scoperto in seguito, anche perché i marinai hanno la tendenza a chiacchierare, specie al bar.

Siamo nell'autunno del 1943. Gli aerei americani passano spesso sulla città di Ancona per andare a bombardare in Germania. Passano sul Conero, il monte a sud-est di Ancona e si dirigono a nord. Quando suonano le sirene, la gente mette al sicuro nei rifugi i bambini più piccoli ma gli adulti restano, continuando a fare le loro faccende in strada, negli uffici o in casa. D'altra parte mai una bomba era caduta sulla città e non c'era motivo di pensare che succedesse. Una tarda mattinata del 1° novembre, più o meno verso ora di pranzo, suonano le sirene. Carla e Maresa si recano presso il rifugio della caserma dove abitano; il resto della città continua la sua vita come se nulla fosse, ma questa volta le cose vanno diversamente. Due incursioni consecutive colpiscono la città, una alle 12:16 e una alle 12:55. Sono bombardieri bimotori B-25 Mitchell dell'aeronautica americana, l'USAAF, ognuno in grado di trasportare oltre una tonnellata di ordigni esplosivi. La seconda incursione colpisce i rioni Porto, San Pietro e Centro, con oltre un centinaio di bombe. Ed è proprio al centro che si trova la caserma Stamira dove si è rifugiata Maresa con la madre. Una bomba colpisce in pieno il rifugio il cui ingresso rimane sepolto dalle macerie. All'interno la luce è andata via e l'aria è satura di polvere e quasi irrespirabile. Le due donne, assieme agli altri rifugiati si ritrovano sepolte vive. Per Maresa è un'esperienza che la segnerà per tutta la vita. Da quel momento non riuscirà più a entrare neppure in un ascensore senza sentire un senso di oppressione claustrofobica. Essendo una caserma, tuttavia, ed essendo molti camerati rimasti sepolti dalle macerie, l'ingresso viene liberato alcune ore dopo dai soldati che traggono in salvo le due donne e quanti erano rimasti sepolti dall'esplosione. Quel giorno più di millecinquecento civili innocenti perdono la vita.

Dopo i bombardamenti la maggior parte della popolazione lascia la città per rifugiarsi nelle campagne circostanti, un esodo simile a quello dei londinesi quando Hitler bombardò la città con le V1 e V2. Carla e Maresa vengono ospitati prima presso il complesso agricolo dei Moroder, nel Conero, poi presso una casa di alcuni contadini. Fino a quel momento nessuna delle due sa cosa sia successo a Filippo, il padre, disperso in combattimento. Solo in seguito Carla viene a sapere che era stato fatto prigioniero. Nel frattempo bisogna tirare avanti e Carla deve recarsi regolarmente ad Ancona per ritirare lo stipendio del marito. Non è possibile farlo in treno e non hanno certo un'automobile, per cui si arrangia come fanno un po' tutti, ovvero sfruttando i camion che trasportano le merci dalla campagna verso la città. Un giorno di questi, Carla, scendendo dal camion, si rompe la caviglia e devono portarla in ospedale ad Ancona. Così Maresa resta sola. Sta studiando in cucina quando sente dei rumori. La porta si apre ed entra un soldato di colore nella casa, americano o nordafricano. Maresa non aveva mai visto una persona di pelle nera e si spaventa moltissimo, anche perché il soldato è grande e grosso. Si alza in piedi e si mette dietro il tavolo. Alle spalle ha una madia dove c'è il pane. Prende il coltello per tagliare le pagnotte e sventolandolo davanti a lei e strillando a quanta più voce possibile lo punta verso l'uomo. Questo spaventato forse dal fatto che le urla possano attirare i vicini, si allontana e non torna più. Dopo qualche giorno Carla torna a casa da una Maresa ancora scioccata per l'accaduto. Le due donne lasciano la casa dove erano ospitate e si trasferiscono a Sirolo, un piccolo borgo che si affaccia sulla Riviera, nel Conero. Rimangono lì finché non finisce la guerra ed è lì che le ritrova Filippo quando, liberato dagli americani, torna ad Ancona in cerca della famiglia.

Dai ricordi di
Maria Teresa Giliberti.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra Filippo, Carla e i tre figli si trasferiscono a Taranto. È qui che Maresa conosce Danilo che diventerà poi suo marito. L'incontro tuttavia non è dei più romantici. Maresa ha 15 anni e frequenta il ginnasio. Nel pomeriggio va a lezione di tennis e, come al solito, finita la lezione, raccoglie le palle sparse un po' per tutto il campo. È una di queste volte che, mentre sta raccogliendo una palla, sente una voce provenire dagli spalti: «Non si capisce qual è la palla: se quella che corre davanti o quella che corre dietro.» Chiaramente è Danilo che all'epoca è una vera peste, insomma una sorta di “cattivo ragazzo”. Entrambi di bell'aspetto, con un buon livello di cultura e appartenenti a famiglie borghesi, i due finiscono per innamorarsi. Alla fine si fidanzano, ma essendo entrambi figli di militari, non è destino che restino a lungo a Taranto. Mentre infatti Danilo entra nel 1949 all'Accademia Aeronautica, corso Grifo II1, la famiglia di Maresa si trasferisce a Settignano (FI) proprio l'ultimo anno prima della maturità. Maresa infatti frequenta il terzo liceo classico e fa l'esame a Firenze dove si iscrive al primo anno della facoltà di Scienze Naturali, Matematica e Fisica. Danilo approfitta delle rare licenze per raggiungere la fidanzata in Toscana. Filippo, tuttavia, deve trasferirsi di nuovo, questa volta a Napoli, dove Maresa si iscrive al secondo anno presso l'università “Federico II”. Questo dà la possibilità a Danilo e Maresa di tornare a frequentarsi regolarmente tanto che i due si sposano nel febbraio del 1956. Maresa tuttavia non riesce a seguire sempre le lezioni regolarmente a causa di tutti questi trasferimenti. Quando si sposa non si è ancora laureata. Così, mentre il padre, Filippo, viene trasferito a Roma, Danilo viene mandato a Brescia, presso la Sesta Aerobrigata. Maresa lo segue. Continua a studiare e si reca a Napoli solo per dare gli esami. Si laurea nel 1957 e inizia ad insegnare nel vicino liceo di Botticino (BS).

1 Il corso Grifo aveva come motto Vola sempre, domina ovunque, sgomina chiunque.

Ed è proprio una mattina che Maresa si sta recando a Botticino, che si verifica un incidente. Maresa aspetta un bambino. Dietro di lei c'è un ragazzo con uno zaino dal quale sporge una lunga riga. I due sono in piedi, la corriera sta per fermarsi quando fa una brusca frenata. La riga colpisce in pieno alla schiena la donna. Il giorno dopo abortisce. Il figlio avrebbe dovuto chiamarsi Sergio, come il padre di Danilo, ma non sarà quello il nome del primogenito. Quattro anni prima Dario, fratello di Danilo, anche lui pilota ma per la Marina, sta effettuando il suo terzo volo, l'ultimo prima di prendere il brevetto. Il serbatoio avrebbe dovuto essere pieno, ma non è così. Forse una perdita, forse, qualcuno aveva usato il velivolo prima di lui e non aveva fatto il rabbocco di carburante, fatto sta che l'aereo precipita e Dario muore. Quattro anni dopo, quando nasce il primogenito di Danilo e Maresa, gli viene dato il nome dello zio pilota. Dario non ha neppure un anno e a Danilo viene chiesto di recarsi negli Stati Uniti per una serie di corsi di addestramento. Maresa lo segue ma non se la sente di portare il figlio piccolo e così lo lascia ai genitori, Filippo e Carla. Così Dario rimane per un anno con i nonni, tanto che quando danilo e Maresa tornano, non li riconosce.

Col ritorno in Italia, tuttavia, le cose non si stabilizzano: anche Danilo, come Filippo, è un ufficiale; se quest'ultimo nel Genio dell'Esercito, lui in Aeronautica. Così ricomincia per Maresa l'odissea dei trasferimenti, quasi tutti sulla costa adriatica: Cervia, Rimini, Porto Potenza Picena, Cesena. È la notte dell'8 giugno 1964 a Rimini, sono le 19. Maresa e Dario sono a casa, in una piccola abitazione poco distante dalla costa. Il vento fa sbattere le tapparelle così forte che i due se ne stanno abbracciati impauriti. Non hanno mai visto un vento così. In seguito si saprà che quella sera aveva superato i 100km orari. Mezz'ora dopo un muro d’acqua si solleva dal mare riversandosi sulla spiaggia, cancellando letteralmente stabilimenti balnearei, albergi, negozi, abitazioni e magazzini, la più violenta tromba d'aria che la regione avesse mai sperimentato nel XX secolo. Poco prima delle 23 era già tutto finito. La mattina dopo Dario e Maresa si recano in spiaggia: ci sono decine di carcasse di imbarcazioni sparse un po' dapertutto. Un disastro. Ed è proprio a Rimini che qualche mese dopo, nell'aprile del 1965, Maresa dà alla luce una bambina, Stefania.

Qualche tempo dopo Danilo viene trasferito a Roma, presso il ministero, incarico che poco gli si confà, essendo da sempre appassionato di volo e poco incline al lavoro d'ufficio. A Maresa viene proposto un posto d'insegnante a Tivoli ma con due bambini piccoli e il marito quasi sempre fuori diventa difficile continuare a insegnare. Così Maresa lascia il lavoro e si dedica ai piccoli e alla casa. Nel frattempo Danilo ha lasciato l'Aeronautica con una scelta molto sofferta, per entrare in Alitalia. A lui piace volare: non gli interessa la carriera. È a Roma che crescono Dario e Stefania, fino al 1978, quando Dario prende la maturità e si reca prima a Pisa, poi a Firenze, per studiare Fisica. I ragazzi sono ormai grandi e Maresa può dedicarsi adesso, oltre che alla casa, cosa che ama molto, al lavoro a maglia, per il quale è molto dotata; a tessere, usando un telaio in legno; e al gioco del bridge, in cui è decisamente brava. Danilo sta spesso fuori per lunghi periodi, soprattutto quando viaggia sul lungo raggio, e i ragazzi ormai sono sempre meno a casa. Passa il tempo, Danilo va in pensione e alla fine si ammala di Alzheimer. All'inizio non informa la famiglia, poi la cosa diventa evidente. Dario nel frattempo è tornato a Roma ma, lavorando per la IBM, è molto spesso in viaggio. Maresa da sola non può gestire il marito che sta perdendo rapidamente la memoria, così la figlia, Stefania, che nel frattempo si è sposata ed è andata a vivere a Genova, li convince a vendere la casa e a prenderne una in affitto a pochi passi da dove abita lei, in via di Porta Soprana. Nel 2019 Danilo muore. È un duro colpo per Maresa che lo conosce da quando aveva 15 anni, ma la vita va avanti.

Dai ricordi di
Maria Teresa Giliberti.