25 maggio 1902 1902-1995 5 aprile 1995

          

Cosa si sa

Filippo Giliberti, nasce a Serino (AV) il 25 maggio 1902 da Orazio e Teresa Papa. Ultimo di nove figli: Alfonsina, Ottavia, Tecla, Evelina, Giuseppina, Maria, Gabriele, Antonio e Filippo. Ingegnere, Generale di Divisione del Genio, il 30 ottobre 1930 sposa Carla Piana. La coppia tre figli:

  • Maria Teresa (❀1931-vivente),
  • Orazio (❀1934-1961✟),
  • Paolo (❀1936-vivente).

Muore a Roma il 5 aprile 1995.

La vita

Secondo le usanze dell'epoca, molto comuni nel Meridione, l'erede della famiglia è Gabriele che, pur essendo settomogenito, è il maggiore dei figli maschi, e quindi sostanzialmente “primogenito”. Antonio, come “secondogenito” fra i maschi avrebbe dovuto fare il militare mentre Filippo, in quanto ultimo fra i figli maschi, avrebbe dovuto seguire la carriera eclesiastica. Filippo, tuttavia, di fare il prete non ci pensa nemmeno e così scappa di casa e si reca a Modena dove entra in Accademia.

Una volta diplomato, si reca a Torino dove incontra Carla Piana, detta Carolina. Carla è una donna molto sveglia e autosufficiente. Aveva perduto il padre da piccola, suicida. Così aveva studiato ma non volendo fare la maestra, come era tipico di molte ragazze alle quali era stato permesso di studiare, aveva cercato lavoro ed era diventata in poco tempo capoufficio. Filippo, invece, aveva la tipica mentalità del nobile del Sud decaduto, aristocratica e fortemente fatalista. Non avrebbero potuto incontrarsi due persone più diverse. Fatto sta che i due si innamorano e alla fine si sposano.

Trasferito a Taranto, Filippo diventa ispettore. Fa controlli nelle varie caserme, soprattutto per quello che riguarda i lavori edili. Più volte alcuni imprenditori cercano di corromperlo per far passare come buoni lavori fatti male ma lui è una persona assolutamente irreprensibile su questo aspetto e non accetta mai di prendere alcuna mazzetta. Come era tipico all'epoca per gli ufficiali, Filippo viene trasferito molte volte con tutta la famiglia. Prima a Roma, nel 1931, dove nasce la primogenita, Maria Teresa, poi a Pavia nel 1934, dove nasce il secondogenito Orazio, e infine a Cammenago Lentate, dove nasce l'ultimogenito, Paolo.

In seguito la famiglia si trasfesce a Tirana, in Albania, poco dopo l'instaurazione del Protettorato Italiano del Regno d'Albania nel 1939. Allo scoppio della guerra a Filippo viene dato il comando di un reggimento in Sicilia. Catturato dagli americani, viene mandato in un campo di prigionia in Algeria. Per la famiglia, tuttavia, risulta disperso. Durante la permanenza in Algeria soffre molto. I prigionieri vivono in tende e a volte i beduini si intrufolano nell'accampamento e uccidono qualcuno. Per mesi non ha altro da mangiare che cetrioli sotto aceto. Per anni, da anziano, Filippo racconta ai nipoti di quel periodo come di uno dei più difficili della sua vita. Pensava non sarebbe sopravvissuto.

Alla fine della guerra, tuttavia, viene liberato e torna in Italia, dove si ricongiunge con la famiglia e prosegue la sua carriera di militare. A Taranto, dove rimane cinque anni, prende la Direzione del Genio Marina. Poi viene trasferito a Firenze come ufficiale del Genio. In seguito si reca Napoli e infine a Roma, dove assume il comando della Scuola Genio Pionieri alla Cecchignola. Onesto e scrupoloso sul lavoro, Filippo ha tuttavia l'animo del libertino e ha più di una relazione durante il suo matrimonio. Nonostante questo lui e la moglie, che pur sapeva, rimangono sempre uniti, come era uso in una certa borghesia di stampo militare all'epoca.

Dai ricordi della figlia,
Maria Teresa Giliberti.

La vecchiaia

Andato in pensione, la coppia acquista una casa a Firenze, in via Novelli, dove si trasferisce. Filippo si dedica a due della sue passioni che insegna al nipote, Dario, ovvero gli scacchi e l'enigmistica. Filippo ha una mente brillante, una grande passione per la matematica e l'ingegneria e, soprattutto per la logica. Ha tuttavia un carattere difficile, fortemente “aristocratico” con un po' più di un pizzico di quel fatalismo tipicamente meridionale che lo aveva contraddistinto tutta la vita. Pur avendo combattuto sotto il fascismo, non è mai stato particolarmente legato a quell'ideologia. In effetti, da militare, per lui contavano valori come l'onore, il rispetto delle istituzioni e il senso del dovere. Una curiosità: avendo sempre preso i mezzi da giovane e poi avendo avuto autista e attendente da ufficiale superiore, Filippo non ha mai preso la patente o guidato in vita sua.

Il 20 luglio 1969, avendo il nipote a casa a Firenze, come succede spesso durante le vacanze scolastiche estive, Filippo, Carla e il nipotino passano la notte a seguire la telecronaca dell'allunaggio dell'Apollo 11 su un vecchio televisore in bianco e nero. Col passare del tempo, tuttavia, diventa sempre più difficile per i due restare autonomi e così la figlia, Maria Teresa, li convince a vendere la casa di Firenze e a comprarne una a Roma, in zona Mostacciano. In effetti Filippo aveva intestato la casa di Firenze alla figlia, per cui è lei a occuparsi sia della vendita che del successivo acquisto.

Nel 1985 Carla muore. Spira in un letto d'ospedale, letteralmente fra le braccia del nipote, Dario. Negli ultimi giorni di vita si era ridotta a un mucchietto di ossa, lei che aveva sempre dimostrato molta energia e forza, seppure fosse una donna minuta. Per Filippo è la fine. Si chiude sempre di più in sé stesso. Passa gli ultimi anni a raccogliere informazioni sulla famiglia Giliberti, scrivendo a mano diverse pagine che poi diventeranno il primo fulcro di una lavoro di ricerca che verrà continuato dal genero Danilo e dal nipote Dario. Per diversi anni vive assieme a quest'ultimo che si occupa di lui. Pur mantenendo sempre la mente fresca e lucida, Filippo si lascia andare sempre di più finché diventa impossibile per il nipote, che spesso viaggia per lavoro, occuparsene, anche perché ha sempre più bisogno di cure mediche. Così la figlia lo ricovera in una casa di cura. Sebbene si tratti di un posto costoso e con un ottimo servizio, per Filippo è un momento molto difficile. Lui, che era abituato alle case di una volta, come il palazzo baronale della sua giovinezza o anche la casa di Firenze, che aveva ampie stanze e alti soffitti, e che già trovava i 2 metri e 70 del soffitto dell'abitazione di Roma “opprimente”, il trasferimento alla casa di cura, seppure necessario, torna a farlo sentire come quando era prigioniero degli americani.

Nell'aprile del 1995, all'età di novantatrè anni, si spegne, solo, nel cuore della notte. Non essergli potuto stare vicino in quel momento rappresenterà per sempre un grande dolore per il nipote, che aveva passato con lui gran parte dei suoi ultimi anni.

Dai ricordi del nipote,
Dario de Judicibus.