Introduzione

I Giudici siciliani

Non sappiamo quando esattamente dei de Judicibus ventimigliesi siano migrati in Sicilia. È possibile fin dal XII secolo. Sappiamo di certo che un ramo si formò a Palermo nel XVI secolo, a seguito di Michele Iudex, ma è probabile che ve ne siano stati anche in precedenza.

[N.d.A.] Da tener presente che sull'isola erano presenti anche dei Judice amalfitani, quindi non è facile capire quale personaggio appartenga a quale famiglia.

Il ramo palermitano

Il ramo palermitano ha come capostipite Michele Giudice, figlio di Battista, che nel 1528 giunse a Palermo da Genova. Battista, figlio di Giorgio, era uno dei Del Giudice albergati presso gli Usodimare.

V. Palizzolo Gravina,
"Il Blasone di Sicilia"
Forni Editore, Bologna, 1871-1875

I de Judicibus palermitani derivano quindi direttamente da quelli liguri. Il nome è stato italianizzato quasi subito. Esistono altre famiglie Del Giudice nell'isola, ma sono legate ai Del Giudice di Amalfi.

I Ventimiglia siciliani

Fin dall'XI secolo si hanno notizie di insediamenti di nobili liguri e piemontesi in Sicilia. Fra questi, nel XII e XIII secolo, anche di esponenti del casato di Ventimiglia, dei quali i de Judicibus erano vassalli. Si può quindi ipotizzare che fin da quell'epoca dei Giudici ventimigliesi siano migrati verso quell'isola.

L’insediamento dei conti di Ventimiglia in Sicilia è uno dei fatti politici maggiori del Duecento nell’isola; si inserisce su un lungo e vasto movimento di immigrazione di marchesi e di cavalieri appartenenti alle case più antiche, ma anche divise in molti e povere di castelli e di feudi, dell’Alta Italia. Trovano in Sicilia le ricchezze, i feudi, un ordine feudale che dà poco spazio alle tradizioni lombarde di divisione del feudo e di costituzione di consorterie e garantisce la trasmissione dell’eredità e del cognome; la Sicilia dà anche l’occasione di esercitare un’autorità naturale a questi specialisti della guerra, della colonizzazione e della gestione dei beni feudali e delle chiese. La loro avventura si presenta come una storia di individui, insediati con felici matrimoni, capi di casate che conservano, ma non sempre, con orgoglio i cognomi e le armi delle famiglie di Lombardia e di Liguria. I marchesi Lancia e i loro parenti, Canelli, Semplice, hanno però una figura diversa: alleati del potere fino alla battaglia di Benevento, accompagnano Costanza, erede di Manfredi, nell’esilio catalano e tornano al servizio della nuova dinastia nata dal Vespro. È probabile che i conti di Ventimiglia siano stati inseriti in questa parentela, come in quella di famiglie di marchesi di Lombardia (come i del Bosco) di cui riprendono anche i cognomi.

…[omissis]…

La generazione di Guglielmo Peire, primo dei conti ad insediarsi a Tenda, è anche quella che stabilisce alleanze e felici matrimoni in Italia del Sud; si può ipotizzare che abbia avuto contatto con i Lascaris tramite i marchesi Lancia, esuli a Nicea nel 1253; il conte Filippo è il primo dei conti a cercare l’insediamento nel regno svevo nell’Italia del Sud, non sappiamo se attraverso un’unione matrimoniale. La sua traccia non si riscontra in Sicilia, e si può pensare che Filippo abbia cercato fortuna presso la corte imperiale o quella di Manfredi. Si avverte che il ramo di Enrico non è l’unico ad aver tentato l’avventura nel regno svevo: un altro gruppo di Ventimiglia si insedia a Trapani, e prende il cognome del Bosco, concretato poi in uno stemma parlante.

Henri Bresc,
«I primi Ventimiglia in Sicilia»,
Intemelion, n. 1 (1995),
pagg. 5, 8