? 12 agosto 1529 ?

Cosa si sa

Il 12 agosto 1529 arriva a Genova Carlo V d'Asburgo, re di Spagna, Imperatore del Sacro Romano Impero, sui cui territori non tramontava mai il sole. Con lui arrivano sessanta navi comandate dall’ammiraglio Andrea d'Oria, grande amico dell'Imperatore. All'arrivo Carlo V viene fatto salire su una mula, perché, come racconta Benedetto Varchi, i cavalli non erano adatti a praticare i caruggi di Genova. Lo staffiere che viene assegnato all'Imperatore è un giovane di bell'aspetto, Paolbatista de Judicibus.

…[omissis]… Cesare montò a cavallo sopra una bellissima mula , la quale la signoria , perchè malamente si può andar per Genova in su cavalli , apparecchiata gli aveva , guarnita in molto ricca maniera d’ oro e d’ argento , con una copertina di broccato che le dava fin a’ piedi e quasi toccava terra ; lo staffiere il quale gliele presentò fu messer Paolbatista de Judicibus , giovane bello e grazioso a maraviglia, ed il ragazzo suo fu Giovambatista Fornari , vestito tutto di raso bianco in un abito leggiadrissimo e vago molto.

«Storia Fiorentina di messere Benedetto Varchi»,
Volume terzo
Dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani
contrada del Bocchetto, N.° 2536,
Milano, Anno 1803
pagg. 26-27

La cronaca

Questa la cronaca dell'arrivo dell'Imperatore Carlo V a Genova nelle parole di Benedetto Varchi.

Il quale Imperadore s’imbarcò alli ventotto di luglio in sulla capitana del principe d’ Oria , e agli dodici d’ agosto in giovedì sera arrivarono a Genova, e perchè quegli quindici giorni ch’ egli stette in acqua , regnarono sempre levanti , venti contrarj al venire in Italia , essendo il mare molto grosso, diede due volte in terra, una a Palamos e l’ altra all’ isola Eres sopra Marsiglia aspettando tre galee , le quali per lo tristo temporale erano in dietro rimase; e la notte di santa Maria della Neve ebbero sì gran fortuna , che per poco non affogarono tutti quanti. Cesare si fermò in Savona due giorni , nel qual luogo avendo egli inteso da Luigi Alamanni sotto ambasciadore , i Fiorentini aver creato a sua maestà quattro oratori per incontrarla ed onorarla , mostrò d’ averlo assai caro , e diede segni che cotali dimostrazioni gli piacessero non poco : la fanteria sbarcò in una villetta quattro miglia quindi vicina , e fatto quivi la rassegna , furono non dodici mila , come era il nome , ma novemila quattrocento d’ una buona e fiorita gente , benché sbattuta , e malconcia per gli travagli e pericoli del mare , e circa dumila Spagnuoli di quelli chiamati Bisogni , erano poco avanti arrivati a Genova , per quivi doverlo aspettare. I cavalli da guerra furono dintorno a duemila cinquecento, l’armata tutta tra quella del principe e quella di Spagna, della quale era capitano Roderigo Portondo, uomo di gran valore, benché poco di poi nel ritornarsene in Spagna fosse temerariamente rotto e morto con otto galee da Agdino delle Smirne, nominato tra gli altri corsali Cacciadiavoli, erano circa centotrenta legni , trentasei galee , settanta vele quadre tra caracche e navi grosse, ed il restante traffurelle e brigantini ; eranvi poi molti tra signori e gentiluomini, così Alemanni come Spagnuoli , e tanto ecclesiastici quanto secolari, come monsignore di Nassao, l’ arcivescovo di Bari, l’ arcivescovo di Pallenza , ed il marchese di Moia, il figliuolo del duca d’ Alva , il figliuolo del duca dell’ Infantado , monsignore di Granuela , e di più il gran cancelliere ed il suo confessoro , il primo de’ quali fu promosso al cardinalato poco di poi , che pervennero a Genova, e l’ altro fra non molti mesi. Si era disputato in Ispagna , dove sua maestà dovesse sbarcarsi, o a Napoli o a Civitavecchia , ed il Papa faceva grand’ istanza , che si sbarcasse in alcun luogo de’ Sanesi o a Port’ Ercole o a quello di Santo Stefano; ma piacque a lei ( che che a ciò fare la movesse) d’ andare a Genova , nella qual città entrò a ore ventidue, con un saio indosso di teletta d’oro e una cappa di velluto d’ un colore molto stravagante e bizzarro tutto chiazzato tra pagonazzo e rosso foderato pure di teletta d’ oro , colla berretta in testa a uso di tocco di velluto nero ; e l’ entrata sua ( per raccontare d’ un sì gran personaggio ancora questo particolare ) fu di cotal maniera. Avevano fatto nel porto un ponte di legname con una scala tutta coperta di panni con liste rosse, gialle e bianche, ed in capo della scala era un arco trionfale pieno di varie e vaghe storie dimostranti per lo più il buon animo de’ Genovesi , quasi avessono posto in obblio l’ ultima presura di Genova ed il sacco datole dagli Spagnuoli , in una delle quali storie era figurato Andrea d’Oria , il quale colla sinistra mano reggeva la città di Genova , e nella destra teneva una spada ignuda arrancata , e l’ Imperadore con ambe le mani incoronava Genova. Quando l’ armata arrivò sopra il molo, le galee si misero in ordinanza, facendo di se tre schiere ovvero squadroni, l’ antiguardia, nella quale era la persona di Cesare , la battaglia , e la retroguardia. Il primo a sparare l’ artiglierie fu il Castellaccio, dopo il Castellaccio il Molo, appresso il Molo cominciò una nave grossa, cioè una caracca, la più grande e la meglio fatta , che gran pezzo fa entrasse in mare , fabbricata nuovamente da messer Ansaldo Grimaldi , la quale fu poi comperata dal comune di Genova e donata all’ Imperadore; dopo questa cominciarono a trarre le galee tutte le navi e tutti gli altri legni della città , i quali durarono a farsi continuamente sentire più di mezz’ora , a tale che tremando d’ ogn’ intorno il terreno pareva , che Genova stesse per dovere insieme con tutti i suoi contorni rovinare. Cessato il romore così dell’ artiglierie , come delle campane delle trombe e di mille altri strumenti , i quali sonavano tutti distesamente a gloria , la galea sopra la quale era l’Imperadore , s’ accostò al ponte, ed egli tosto che l’ ebbe salito e trapassato l’arco, fu dalla signoria di Genova , accompagnata da dugento gentiluomini Genovesi tutti con roboni di drappo in dosso e ricchissime collane al collo , lietamente e con grandissimo onore ricevuto : e allora l’artiglieria di nuovo sparata cominciò a fare una lieta e spaventosa gazzarra per lo continuo rimbombo , che facevano quasi a gara rispondendole tutti quei liti ; la qual fornita , Cesare montò a cavallo sopra una bellissima mula , la quale la signoria , perchè malamente si può andar per Genova in su cavalli , apparecchiata gli aveva , guarnita in molto ricca maniera d’ oro e d’ argento , con una copertina di broccato che le dava fin a’ piedi e quasi toccava terra ; lo staffiere il quale gliele presentò fu messer Paolbatista de Judicibus , giovane bello e grazioso a maraviglia, ed il ragazzo suo fu Giovambatista Fornari , vestito tutto di raso bianco in un abito leggiadrissimo e vago molto. Salito che fu Cesare a cavallo, fu coperto d’ un ricco e adorno baldacchino , e andandogli dinanzi uno collo stocco ignudo in mano , s’inviò a lento passo favellando sempre col principe d’ Oria , il quale dalla mano sinistra gli andava , siccome tutti gli altri , eccetto il gran cancelliere e un vescovo solo , riverentemente a piè , verso la chiesa maggiore , e di quindi fatte le debite ceremonie al palazzo della signoria per sua abitazione donatogli. E perchè nel torgli , secondo una così falla usanza , tosto che fu smontalo la mula , e stracciare anzi strappare in mille brandelli il baldacchino , nacque una contesa grande , e poco mancò , che non si venisse alle mani e all’ armi , il principe ancoraché vecchio vi salse su egli , e volle che fosse della guardia di Cesare, i quali erano Lanzichinetti. Nè voglio non raccontare il modo e l’ ordine , che tennero a spesare e intrattenere l’ Imperadore , avendo deputato quattro gentiluomini fermi , la cura de’ quali era di dover provvedere a tutte le bisogne ornamenti e piaceri di Cesare ; imbossolarono, cioè a modo nostro imborsarono i nomi di trecento de’ primi e più ricchi cittadini della Terra , e ogni giorno si traevano dieci a sorte , i quali servendone il pubblico , pagavano cento scudi d’ oro per ciascuno alli quattro deputati , e quel dì toccava a loro la briga e l’onore di trattenere Cesare.

«Storia Fiorentina di messere Benedetto Varchi»,
Volume terzo
Dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani
contrada del Bocchetto, N.° 2536,
Milano, Anno 1803
pagg. 23-27