Data di nascita

2 dicembre 1805

Periodo di riferimento

1805-1854

Data della morte

7 giugno 1854
  DGC 2

Cosa si sa

Francesco Giudice Caracciolo nasce a Napoli (NA) il 2 dicembre 1805 da Giuseppe e Stefania Caracciolo. Secondo di nove figli: Vittoria, Francesco, Maria Michela, Maria Natalina, Ivone, Pietro Paolo, Eleonora, Maria Carmela e Marianna. Sposa a Napoli (NA) il 23 gennaio 1836 Marianna Muscettola, nata a Napoli (NA) il 29 gennaio 1815 da Giovanni e Angelica Caterina dei Conti de Jourdan. La coppia ha avuto i seguenti figli:

  • Giuseppe (❀1838-1905✟),
  • Stefania (❀1839-1902✟),
  • Giovanni (❀1841-1920✟),
  • Filippo (❀1842-1890✟),
  • Luigi (❀1845-1846✟),
  • Camillo (❀1853-1934✟).

Muore a Napoli (NA) il 7 giugno 1854. La moglie morirà a Cava de’ Tirreni (NA) il 20 agosto 1887.

L'Araldo, Almanacco Nobiliare del Napoletano,
1891, Anno XIV,
Napoli, Enrico Detken, Librajo-Editore, 1890,
pagg. 92-93.

Titoli

Francesco Giudice Caracciolo

  • 3° Principe di Cellamare dal 1823
  • 7° Principe di Villa dal 1823
  • 10° Duca di Sant’Elia dal 1823
  • Duca di Gesso dal 1823
  • Marchese di Alfedena dal 1823
  • Barone di Villamarina e Moncilione dal 1823
  • Gentiluomo di Camera e Pari del Regno
  • Patrizio Napoletano

Marianna Muscettola

  • 8ª Principessa di Leporano1 dal 1855
  • 8ª Duchessa di Schiavi
  • 9ª Contessa di Picerno
  • Dama di Palazzo della Regina di Napoli
  • Nobildonna

1 Secondo un diverso calcolo, la 9ª.

Marianna Muscettola

Morto nel 1855, Giovanni Battista Muscettola non lasciava eredi maschi, per cui il patrimonio non poteva essere trasmesso automaticamente, e nella sua interezza, nelle mani di un successore unico; come era sempre successo, pur se con qualche iniziale… palpitazione degli interessati di turno, dal tempo di Sergio.

Ora la successione vedeva entrare in campo, con diritti alla pari, le due figlie superstiti del settimo ed ultimo principe: Marianna, ormai quarantenne e già sposata con il nobile Francesco Giudice Caracciolo; e Margherita, minore di cinque anni, sposata anche lei con l'altrettanto nobile e importante personaggio della vita civile e politica napoletana, Giuseppe Pignone del Carretto.

Cesare Mandrillo,
«I Principi e le Principesse di Leporano»,
Amministrazione comunale di Leporano, 2005,
pag. 120.

Alla morte di Giovanni Battista Muscettola il titolo nobiliare viene acquisito dalla figlia Marianna che all'epoca ha quarant'anni esatti. Ella diviene così, stando all'ordine di successione che noi abbiamo dato in questo lavoro, la nona principessa della casata, poiché abbiamo ritenuto di estendere quel titolo ad ogni consorte di primo o di secondo letto dei sette principi, ad iniziare dalla moglie di Sergio, Beatrice Seripando. Un ordine, comunque, non arbitrario perché tutti gli atti della famiglia (testamenti, legati, registrazioni di morte, ecc.) definiscono infatti “principessa” la consorte di ogni singolo principe.

Ma è bene precisare anche che solo la maggiore età di Marianna rispetto a quella della sorella Margherita determina l'acquisizione predetta. Un fatto meramente anagrafico, quindi, che non comporta effetti di sorta, perché le due sorelle vengono a trovarsi in posizione di parità in ordine agli oneri e ai benefici della successione ereditaria.

Alla fine della prima metà dell'Ottocento la famiglia Muscettola, che nel frattempo si è allargata al principe di Villa e di Cellammare Francesco Giudice Caracciolo, marito di Marianna (1837); e al principe di Alessandria Giuseppe Pignone del Carretto, marito di Margherita (1839), vive ormai tutta riunita a Napoli, dove ha avuto modo anche di riappacificarsi con i Borboni.

Passi notevoli in tal senso erano già stati compiuti dopo la Restaurazione dal Maresciallo Jourdan il quale, per vecchi rancori verso Napoleone, e — si può anche presumere — per riabilitare la figlia e il genero dal forte passato “francese”, aveva allacciato buoni rapporti con Ferdinando di Borbone, ritornato sul trono di Napoli con il titolo aggiornato di Ferdinando I delle Due Sicilie.

E così Marianna Muscettola, a somiglianza della madre Angelica, e pur con la differenza della dinastia servita, rientrava nella corte napoletana come Dama di Palazzo della regina Maria Teresa d'Austria; accanto allo stesso consorte principe di Villa, investito pure lui della carica di Gentiluomo di Camera; e poi anche di quella di Pari del Regno, altro titolo prestigioso riservato a quei pochi Ufficiali della Corona che, con il sovrano, costituivano la Corte Suprema di Giustizia.

Francesco Giudice Caracciolo non ebbe vita lunga. Morì addirittura un anno prima (1854) del suocero Giovanni Battista, e tutto ciò complicò maggiormente i già rilevanti problemi relativi alla conduzione dello Stato di Leporano: conduzione che giorno dopo giorno assumeva sempre più i caratteri di un mero tirare a campare, lasciato soprattutto alla sola gestione tecnica del personale di fiducia.

Un quadro puntuale e preciso della situazione della famiglia Muscettola alla morte dell'ultimo principe e al già verificatosi stato di vedovanza della principessa Marianna, lo fornisce la studiosa Maria Antonietta Visceglia che alla famiglia feudataria napoletana ha dedicato una parte del suo interessante lavoro dal titolo Il bisogno di eternità — I comportamenti aristocratici a Napoli in età moderna, Napoli, 1988.

Scrive la Visceglia a pag. 257: “Con la morte nel 1855 del principe G. Battista le vicende della famiglia possono considerarsi compiute. Nell'inventario dei beni redatto nel 1856 il reddito annuo era valutato 18.017 ducati: Esso era quindi, in rapporto alle cifre precedenti, assolutamente statico ed era costituito quasi esclusivamente dalle rendite delle terre che la famiglia aveva accumulato nel tarantino (11.891 ducati /a) e dagli affitti degli immobili posseduti a Napoli (3.225 ducati /a). Nello stesso anno (1856) le obbligazioni ascendevano a 13.099 ducati /a per un capitale di 147.122 ducati e intanto la famiglia contraeva ancora nuovi debiti. Dopo l'Unità il patrimonio era definitivamente liquidato: i beni alla Madonnadell'Arco erano venduti nel 1870, a Leporano si procedeva ad alcune vendite dopo la divisione del 1872, Castiglione era venduta nel 1880. Al momento delle vendite gli eredi da tempo facevano parte di altre famiglie: Marianna, principessa di Villa, era vedova di Francesco Giudice-Caracciolo, Margherita di D. Giuseppe Pignone principe di Alessandria. La dissoluzione del patrimonio coincideva cosi con l'estinzione demografica di questo ramo della famiglia”.

L'alienazione del feudo e degli altri immobili del Tarantino prosegui per tutta la rimanente parte dell'Ottocento e fino ai primi decenni del secolo successivo. A tale scopo vennero incaricati gli avvocati Antonio Indiveri per gli eredi Pignone del Carretto, e Carlo Martucci per i Giudice-Caracciolo. Il Palazzo di Leporano, degradato più di quanto non lo avessero trovato Janet Ross e Giacomo Lacaita, venne acquistato dalla nota e facoltosa famiglia locale Motolese-Lazzaro che ripristinò in qualche maniera la funzionalità abitativa del primo piano, destinando invece il piano terreno a ricovero di animali, a deposito di paglia e di granaglie e alla lavorazione delle uve dei propri vigneti. Il castello di Pulsano, anch'esso ridotto a deposito di granaglie, di tabacco essiccato e di vino, venne acquistato dalla locale Amministrazione comunale che, priva di una sede propria, lo adattò a Municipio.

Consultando gli atti di vendita degli immobili appena descritti, e di tutte le altre proprietà terriere, ci si imbatte sempre in una lunga lista di coeredi (gli Acton, i Filo della Torre, i Cattaneo. i Filiasi, i Brunas Serra…) perchè chilometrica era diventata ormai la discendenza delle due ultime rappresentanti della famiglia Muscettola. Tutta una fitta trama di “aventi causa”, come li definiscono il gergo notarile e il codice civile, nelle mani dei quali discendenti veniva cosa a polverizzavi quello Stato di Luporano che il suo fondatore aveva sognato dovesse conservarsi uno eindiviso nel tempo.

Il 1646, infatti, Sergio Muscettola, nel dettare le sue ultime volontà, quasi imponeva, per effetto del carisma che si era guadagnato negli anni, che il mascolo capo della Casa (cioè ogni suo successore come principe) mantenesse quanto più uniti i beni accumulati e da accumulare, e lo esortava a “non fare moltiplico” (di tali beni), eccetto che “per liberarsene dal peso di qualche figlia femmina da collocare (…)”.

Ord quel sogno si era inesorabilmente infranto. Di chi la colpa? Apparentemente di un fattore demografico, quello della mancata sopravvivenza, in casa di Giovanni Battista e della “principessa francese”, del rampollo Giovanni Antonio, del “mascolo”, come avrebbe detto… il patriarca napoletano. Nella sostanza, invece, per “colpa” della Storia; la quale, nel frattempo, e come sempre, aveva tessuto decenni e decenni “nuovi” della sua tela infinita.

Ibidem
pagg. 123-126.