Data di nascita

1906

Periodo di riferimento

1906-1954

Data della morte

1954

Cosa si sa

Mauro de Iudicibus, detto Zigomar, nasce a Molfetta (BA) il 2 agosto 1906 da Ignazio e Maria Nicola Spadavecchia, detta Nicoletta. Secondo di tre figli: Giuseppe, Mauro e Felicia. Sposa a cavallo degli anni Venti/Trenta, a Molfetta (BA), Anna Caputi. La coppia non riesce a procreare e quindi decide di adottare una bamina neonata in un orfanotrofio:

  • Luisa Ada, detta Ada (❀1941-vivente).

Muore a Molfetta (BA) il 6 aprile 1954.

Informazioni fornite da
Silvio Giuseppe de Iudicibus.

I fratelli De Judicibus... e il fucile

Quando a via S. Domenico andavano a concludersi tutti i funerali svoltisi a Molfetta, al termine della lunga passeggiata per la città fatta al seguito di un corteo funebre, mio padre invocava l'alibi (la stanchezza) per portarsi alla vicina officina meccanica dei fratelli De Judicibus.

«Andiamo a trovare gli Zigomar», diceva. Ed io, fino ad oggi, non ho mai saputo l'origine di quello che doveva essere un certamente simpatico agnome riferito ai due fratelli De Judicibus. La loro officina era situata in una modesta costruzione prospiciente la chiesa di S. Domenico, a lato di un'altra vecchia e brutta costruzione posta a destra di chi guardasse con le spalle alla chiesa; in questo secondo sito era allogata la “Taverna” cittadina, dove, per pochi spiccioli, alloggiavano insieme uomini e cavalli di passaggio e, in certe occasioni, i concerti bandistici di servizio alle feste patronali (tranne, mi spiegava mio padre, la “&prima cornettardquo; e gli altri “solisti” che trovavano alloggio presso qualche casa privata, in assoluta mancanza di alberghi).

Andare dai De Judicibus (anche se piccino, lo avevo capito) era per mio padre come andare a tirare una boccata d'aria buona e salubre. I due meccanici, infatti, erano notoriamente antifascisti e di ideologia comunista; sicché per mio padre che all'epoca era costretto a vivere in un mare di fascisti, quella vecchia officina era come un'isola faticosamente raggiunta a seguito di un naufragio.

Lì si parlava liberamente contro il fascismo e, segnatamente, contro il suo capo indicato sempre e solamente col pseudo dialettale “Messlain” oppure con l'epiteto di “cornuto”; lì si facevano discorsi di strategia a proposito delle vicende della guerra in corso, le quali giornalmente facevano intuire (e agli antifascisti, sperare) la prossima fine del regime; lì si ripetevano fino alla noia le notizie date da “Radio Londra”, le quali erano diametralmente il contrario di quelle propinate dalla radio italiana.

Ma soprattutto in quella officina si incontravano gli altri antifascisti locali e si scambiavano quindi le notizie.

Gli incontri avvenivano verso l'imbrunire, quando i giovani apprendisti meccanici (una autentica legione di meccanici tornitori è stata sfornata negli anni dalla officina De Judicibus) smettevano di lavorare. A volte qualcuno si intratteneva oltre presso il tornio, magari per ultimare un lavoro suo personale, ma i frequentatori serali dell'officina sapevano già che potevano parlare a ruota libera anche con queste presenze: il rispetto dei giovani meccanici verso i loro Maestri era tale che nessuno si sarebbe mai sognato di far loro del male denunciandoli per antifascismo.

Le discussioni avevano inizio con una piccola miccia (hai sentito il giornale radio?,ieri sera sono riuscito a prendere Radio Londra…, e quel figlio di puttana di Mario Appelius…) per poi prendere fuoco e sfociare addirittura in previsioni strategiche relativamente alla seconda guerra mondiale.

Nello sgabuzzino-ufficio (insomma, un divisorio in legno su cui apriva una porticina sgangherata) i De Iudicibus avevano piazzato una grossa carta geografica dell'Europa; su quella erano stati piazzati degli spilli che portavano in cima dei pezzetti di carta colorati a bandierine dei vari Stati belligeranti. Queste bandierine venivano mosse e disposte a seconda delle notizie offerte dalla proibitissima “Radio Londra” che per quel manipolo di antifascisti (per la verità, per tutti gli italiani di buon senso a quell'epoca) era diventato l'oracolo in fatto di notizie belliche.

Giornalmente, quindi, i nostri amici avevano sott'occhi la situazione strategica, proprio come dei comandanti in capo; era chiaro, però, che ciò essi facevano perché ai movimenti di quelle bandierine affidavano le loro speranze, coltivate per un ventennio, di veder mutata la situazione politica italiana.

Nelle interminabili discussioni che si svolgevano intorno a quella carta geografica, veniva fuori anche la diversità di carattere dei due fratelli De Iudicibus: Mauro (in una Amministrazione democratica del dopoguerra sarà assessore all'Annona) più sornione, apparentemente più calmo, più calcolatore; Peppino tutto fuoco, impulsivo, facilmente infiammabile, eppure incline a condividere le altrui tesi, una volta che le avesse meglio ponderate.

Entrambi animati dagli stessi sentimenti politici, erano soprattutto dei generosi; generosi in assoluto, generosi in politica, idealisti convinti e perciò anche un po' inguaribili romantici.

Come considerare diversamente l'iniziativa presa dai De Iudicibus, allorché le notizie legate all'armistizio dell'8 settembre e le vicende successive a dir poco sconvolgenti, cominciarono a far presagire… il maltempo? Forti della loro indiscussa abilità e perizia di Artigiani (la A maiuscola è d'obbligo), i De Iudicibus erano riusciti pazientemente a costruirsi un efficientissimo e precisissimo fucile! Perfino la impugnatura in legno era stata da loro finemente modellata e realizzata; la canna ben oleata e il meccanismo assolutamente perfetto.

Tra i tanti lavori di tornio meccanico da essi realizzati, quello sembrava essere considerato il capolavoro. E forse lo era, se si considera le condizioni di lavoro, ambientali e di attrezzatura in cui l'opera era stata superbamente realizzata. Ma quel fucile prescindeva dal suo intrinseco valore tecnico per assurgere, nella mente dei De Iudicibus e dei loro inguaribili amici idealisti, ad un valore molto più concreto ed attuale: esso doveva servire a parare eventuali altri pericoli che la situazione sembrava addensare sull'avvenire degli italiani.

Un solo fucile, sia pure un'opera di tecnica perfetta, andava a riempire un vuoto in quel pugno di uomini che non si accontentava di seguire gli avvenimenti e le azioni messe in opera da altri in altri punti d'Italia, ma intendeva offrire eventualmente il proprio tangibile contributo. La cosa più strana, che è anche la cosa più bella, è che quegli uomini ci credevano fermamente…

Nicola Morgese,
«Dopo i pantaloncini corti»,
Edizioni Mezzina, Molfetta 1999,
pagg. 141-144.