Data di nascita

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Periodo di riferimento

1508-1542

Data della morte

1542
  Molfetta/Troia
  DMT 6

Cosa si sa

Giovanni de Judicibus nasce a Molfetta (BA) da Galieno. Non conosciamo il nome della madre. Primo di quattro figli: Giovanni, Marc’Antonio, Elisabetta e Virgilia. Sposa Lisa de Schirico. La coppia ha avuto i seguenti figli:

  • Camillo de Judicibus (❀1533-15??✟),
  • Antonica de Judicibus (❀15??-15??✟),
  • (figlia) (❀15??-15??✟).

Nel 1535 Joannes de Judicibus possedeva una macchia, di 20 vigne, «i(n) loco Veneris q(ue) fuit [de] Bar(tolom)eo [de] Ant(oniu)s Molinario», successivamente denominata Molinara.

Corrado Pisani,
«Le Torri dei Molfettesi»,
Edizioni Mezzina, Molfetta,
pag. 158.

Muore nel 1542.

La vita

Sappiamo che Giovanni era figlio di Galieno e che sposò Lisa de Schirico dalla quale ebbe un figlio maschio, Camillo, il 9 marzo 1533, e almeno due figlie che furono oggetto di violenza dopo la sua dipartita, da parte di alcuni cittadini di Langiano1, forse come rappresaglia per il fatto che Giovanni avesse sostenuto il Giovanni Battista Caracciolo, Principe di Melfi e alleato dei Francesi contro gli Spagnoli.

Favorita anche dalle discordie cittadine esistenti tra i nobili e i popolari, già manifestatesi mesi prima con un assalto di questi ultimi al «ridotto» dei nobili, al quale opposero resistenza fra gli altri Giovanni de Iudicibus e Diomede di Evangelista Lepore suo cognato per averne sposato la sorella Elisabetta), la presa della città fu favorita dallo stesso Lepore sotto il comando del Principe di Melfi, Giovanni Battista Caracciolo, alleato dei Francesi.

Entrato nella città dalla «Porta del Molo... accompagnato dai suoi», il Caracciolo — come scrive il Marinelli — «si condusse illeso a casa del Dottor Lepore posta dirimpetto a quella del Galieno de Judicibus già Socero di Colui, e padre del Giovanni, che fu ancor data a serviggi del Principe».

Pasquale Minervini,
«La Chiesa di Sant’Andrea in Molfetta»,
Mezzina, 1996, Molfetta
pagg. 34-35

Giovanni è fra coloro che riuscirono a sventare una congiura ordita da tale Antonello Bove, esattore della Casa del Duca di Termoli, contro i nobili di Molfetta. Questo purtroppo porterà al sacco di Molfetta fra il 18 e il 20 luglio 1529 da parte dei Francesi e dei Veneziani.

Ad una data ora, essendo questi ultimi riuniti , furono assaltati con urli e pietre da gran numero di gente alla quale resistettero fino a che sopraggiunti altri popolani, ligi ai nobili, capitanati da un tale Alessio Magno, misero in fuga i congiurati. I nobili protetti dal Magno e da un tale Pennello di Candia rientrarono nelle loro case, ed armati altri loro aderenti guidati da Giovanni de Judicibus e da Giovanni Antonio ed Orazio Volpicella assaltarono i congiurati, ed arrestati undici di essi li chiusero in carcere. Ad altri estremi si sarebbero anche spinti , se due di essi vecchi cavalieri della famiglia Lupis non avessero intercesso, per por termine a quella guerra civile, invocando l' amor di patria.

Conte Berardo Candida Gonzaga,
«Memorie delle Famiglie Nobili delle Province Meridionali d'Italia»,
Volume Secondo,
Stab. Tipog. del Cav. G. De Angelis e Figlio,
Portamedina alla Pignasecca, 44,
Napoli, 1875,
pag. 207

Mentre Galieno visse per, oltre il 1548, suo figlio Giovanni, invece, morì nello stesso anno 1542, lasciando la moglie Lisa de Schirico con le figliole e il piccolo Camillo (n. il 9-3-1533) di cui si prese cura lo stesso Galieno.

Pasquale Minervini,
«La Chiesa di Sant’Andrea in Molfetta»,
Mezzina, 1996, Molfetta
pag. 36

Giovanni partecipò attivamente alla vita sociale e politica di Molfetta. Ebbe diversi incarichi da parte dell'Università di Molfetta e venne nominato nel 1541 “credenziero della Dogana di Molfetta” di cui era proprietaria la Duchessa di Martina Franca.

Negli anni precedenti, Giovanni de Iudicibus fu tra gli incaricati dell'Università di Molfetta che nel 1535 provvidero ad assumere un maestro di grammatica per la scuola pubblica della città. (cf L. PALUMBO, Aspetti della vita economica a Molfetta nel 1535. Estratto dal Vol. II degli «Atti del Congresso internazionale di Studi sull'età del Viceregno” (Bari, 7-10 ottobre 1972), Bari 1977, p. 33). Nel 1536 egli e Bernardino Amerusio furono «sindaci destinati» dalla Università ai Principi della città, Don Ferdinando Gonzaga e Donna Isabella di Capua, per la supplica di alcune grazie (cf. D. MAGRONE, Libro Rosso. Prioilegi dell'Università di Molfetta, vol. III, Trani 1905, p. 188, Nel 1541 fu nominato da Giovanna Duchessa di Martina Franca, credenziero della Dogana di Molfetta, di cui era allora proprietaria (cf. V. FONTANA, La Dogana di Molfetta (1423-1549), a cura di Aldo Fontana, Molfetta, Tip. L. Gadaleta, 1934, p. 33). Detta Dogana era «posta vicino la porta del Borgo, alla piazza app(ress)o, la chiesa di S. Antonio Abb., il muro, seù muraglia della città» (Archivio Diocesiano di Molfetta, Fondo del Capitolo della Cattedrale, Platea del Capitolo, 1701, f, 163).

Ibidem,
pagg. 36-37, nota 25

Giovanni risulta anche essere priore dell'Arciconfraternita Santissimo Sacramento di Molfetta nel 1535.

Gaetano del Rosso,
«Il Monte di Pietà e l’Ospedale - Carità e assistenza ospedaliera a Molfetta in età moderna e contemporanea»,
pag. 461, Molfetta, La Nuova Mezzina, 2015,
in «Chiesa e Storia», V (2015)
Quaderni dell’Archivio Diocesano di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, n.27

Giovanni viene ucciso nel 1542. Gli storici pensano che l'omicidio sia stata una vendetta per il sacco di Molfetta, dato che Giovanni era uno dei notabili della città che avevano preso le parti del Principe di Melfi, alleato dei Francesi. Poco prima che morisse era stato nominato fra gli eredi di Galieno nel suo testamento.

Il 18 gennaio 1542, Galieno, già vedovo e infermo, fece testamento in favore dei suoi due figli maschi: il più volte ricordato Giovanni e Marco Antonio.

«In quasdam domos ipsius domini Galieni phisici sitas et positas... in strata vel vicinia furni s.ti Andreae iuxta domum heredis Bernardini de Missina iuxta domum heredis Ioannis Marie Moscati iuxta domum heredis Francisci de Santore in strata S.ti Andree iuxta dictam stratam publicam furni ita dicto de S.to Andrea ut supra, iuxta alios confines», convennero il not. Lorenzo de Ioanne e Micchus de Angileis di Molfetta «Regius per provintias terre Bari Iudex» e i testimoni: dominus Bernardinus de Coletta, dominus Paulus de Quino, Clericus Angelus de Micchello, Ioannes Mattheus de... Antonii Herriculi Passaris, Franciscus de Bove, Ioannes Alexis de Bottunis, Ioannes Antonius Iacobi de Boctunis, Franciscus Ioannis Andreule fratris Angeli, Aurelius de Angileis, Franciscus quondam Bernardini Monni et Magister Ferdinandus quondam magistri Iosephi barbitonsor».

Tutti costoro presenziarono al testamento che Galieno fece «intus salectam ipsius domorum que fuit quondam Birone de Schirico in letto ipsum Magnificum Galienum in letto iuxta domum suam que fuit de lo Caputo»22.

Pasquale Minervini,
«La Chiesa di Sant’Andrea in Molfetta»,
Mezzina, 1996, Molfetta
pagg. 35-36

Nel 1546, come accennato in precedenza, le figlie di Giovanni vennero violentate da alcuni giovani di Langiana, forse con la complicità di molfettesi come vendetta per il sacco di Molfetta.

Circa due anni dopo, nel 1546, un «dishonesto et horrendo caso» turbò le coscienze dei concittadini per l’oltraggio «facto in persona de le figliole del mag(nifi)co Ioanne de Iudicibus, nipoti di magnifico Galeno de Iudicibus, come stando dicte figliole alla casa de lo dicto magnifico Galeno loro avo paterno, dui joveni de Langiano armata mano sono intrati in dicta casa con aiuto et favore di alcuni altri di Langiana, quali stanno armati nella strata publica, per farli violentia et dishonore, cosa may non solita et in audita in essa cita».

Non va escluso che il grave fatto, come sospetta il Magrone, sia stato favorito dalla complicità di alcuni molfettesi.

Pasquale Minervini,
«La Chiesa di Sant’Andrea in Molfetta»,
Mezzina, 1996, Molfetta
pagg. 36-37, nota 25


1 Si tratta probabilmente di Lanciano, in provincia di Chieti, in Abruzzo.

Lista degli atti ritrovati

Citato in un atto notarile

In un atto del notaio Giovanni Di Morra del 1508 si legge che Giovanni de Judicibus è figlio di Galieno.

Atti notar Giovanni de Morra,
fol. 147, atto Giodice-Annale

Cronaca

Questa la cronaca della guerra civile che scoppiò a Molfetta nel 1522 e che si risolse tragicamente col sacco della città da parte di Gianni Caracciolo, Principe di Melfi, il 19 luglio 1529.

Nel 1522 avvenne che l'Imperatore Carlo V concedette la città di Molfetta al Duca di Termoli Ferdinando de Capua, per lo che riunitisi i nobili e popolani, i primi presentarono una bolla di Papa Urbano VI, che dichiarava Molfetta città Regia, ma il popolo gridando Viva il Duca mise mano alle armi e rimase vincitore. Allora il Duca dichiarò voler essere ricevuto come di uso, cioé col baldacchino portato dai nobili, ma il popolo avendo chiesta la destra sulla nobiltà, il Duca ad evitare questioni, fece portare il baldacchino dai gentiluomini della sua casa. Tutte queste cose inasprirono talmente gli animi che venuto Lotrecco all'assedio di Napoli , essendo stati sbaragliati i suoi soldati, ed avendo questi occupate varie città della Puglia , il popolo di Molfetta per coonestare gl'insulti che facea tuttodì ai nobili , strombazzò esser questi partigiani dei francesi, per così ottenere aiuto dai soldati del Re di Spagna. Primo fra i popolani era un tale Antonello Bove , esattore della Casa del Duca di Termoli. Desso, avendo contratto buone parentele per essere assai ricco, era contrariato e indispettito per non potersi intitolare nobile, per lo che era tale il suo odio contro la nobiltà che la mantenea sempre in guerra col popolo. La Duchessa di Termoli che era fuggita in Taranto spaventata di tali cose, disse a Salvatore Candida suo confidente che avrebbe desiderata la morte del Bove, per metter fine alla guerra di parte. Intanto Antonello Bove riunì i principali cospiratori, che stabilirono di uccidere tutti i nobili, come ribelli al Re di Spagna. Capo dei congiurati era Giovanni Mincio coi suoi fratelli , i quali benché nobili, per far cosa grata ad Antonello, loro cognato, s'indussero a riunire i cospiratori in casa loro ed in quella di Ludovico de Luca popolano molto civile, le quali erano situate presso la Dogana, nel qual sito d'ordinario riunivansi i nobili. Ad una data ora, essendo questi ultimi riuniti , furono assaltati con urli e pietre da gran numero di gente alla quale resistettero fino a che sopraggiunti altri popolani, ligi ai nobili, capitanati da un tale Alessio Magno, misero in fuga i congiurati. I nobili protetti dal Magno e da un tale Pennello di Candia rientrarono nelle loro case, ed armati altri loro aderenti guidati da Giovanni de Judicibus e da Giovanni Antonio ed Orazio Volpicella assaltarono i congiurati, ed arrestati undici di essi li chiusero in carcere. Ad altri estremi si sarebbero anche spinti , se due di essi vecchi cavalieri della famiglia Lupis non avessero intercesso, per por termine a quella guerra civile, invocando l' amor di patria. I nobili intanto, temendo d'essere sopraffatti dal popolo, uscirono dalla città e si unirono a Gianni Caracciolo Principe di Melfi , il quale era stato fatto prigioniere da' francesi e poi liberato unitamente al Duca di Traetto Gaetani, per la morte di Lotrecco. I nobili di Molfetta per vendicarsi, indussero il Caracciolo a taglieggiare la città, ed egli allora trattò col Bove per avere olio ed altre cose, delle quali abbisognava e domandò pure una considerevole somma per pagare i suoi soldati che di molte paghe eran creditori. Ma il Bove non fece conto delle sue domande, credendo poterlo sottomettere come avea vinto e sottomesso i nobili, specialmente mancando ad essi il Candida ed altri del cui ajuto si erano avvalsi, perché morti di febbre gialla. Il Principe di Melfi però al quale erano mancati i soccorsi di danaro e frumenti da Barletta, decise di dare il sacco a Molfetta, ed il 19 luglio 1529, avendo i cittadini ricusato di arrendersi, cominciò l'assalto, e trovate alcune scale presso il Molo salirono molti soldati ed entrarono nella città senza che alcuno se ne accorgesse, ed aperta la Porta del Molo dopo un'ora di resistenza entrarono i nemici. Il Principe si portò alla casa de' Lepore, e con lui andava Federico Carafa Capitano, il quale portando in mano l'elmo, fu colpito nel capo da un sasso che lo rese cadavere, lo che anche accadde al Barone di Macchia. Anche al Principe di Melfi fu lanciato un sasso che per sua fortuna gli cadde ai piedi. A causa di questi fatti e della resistenza dei popolani, gli assalitori commisero stragi inaudite, non risparmiando né donne, né fanciulli, né vecchi. Fu a tutti imposta una taglia, e quelli che non aveano mezzi onde pagare, erano arsi vivi. Ai nobili che in quella occasione cercavano vendicarsi degli insulti sofferti dal popolo, furono da questo bruciati i palazzi, e la gente del Principe seguitò il saccheggio e le uccisioni per tre giorni, e nel terzo, radunato tutto ciò che potette, partì col Caracciolo per Venezia, lasciando mille vittime in Molfetta, la qual città ebbe per molti anni a risentire le conseguenze della terribile guerra civile.

Conte Berardo Candida Gonzaga,
«Memorie delle Famiglie Nobili delle Province Meridionali d'Italia»,
Volume Secondo,
Stab. Tipog. del Cav. G. De Angelis e Figlio,
Portamedina alla Pignasecca, 44,
Napoli, 1875,
pagg. 207-208