Data di nascita

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Periodo di riferimento

1259-1273

Data della morte

-

Cosa si sa

Già  da quasi 130 anni i de' Giudici, guelfi, e i Curlo, ghibellini, sono impegnati in una sanguinosa faida cittadina che provoca sanguinosi scontri armati, generando lutti e un odio inestinguibile. La cittadinanza non ne può più e preme per una tregua. Un gruppo di appartenenti alla fazione ghibellina dei Curlo e dei Bonabella nomina procuratori Fulcone Curlo e Ottone Bonabella perché rimettano al capitano del popolo di Genova la questione relativa alla pacificazione e alla concordia tra la loro e la fazione guelfa guidata dai de' Giudici e dai Bulferio.

1259, die V ianuarii, inter nonam et vesperas. Nos Conradus Audebertus, Otto Bellaverius, Guillelmus Bellaverius, Guillelmus Curlus major

…[seguono altri 42 nomi di partigiani ghibellini]…

de Victimilio, dicti ex parte Curlorum seu Bonabellorum, constituimus et ordinamus nostros certos nuntios et procuratores vos Fulconem Curlum et Ottone Bonebellam, presentes et recipientes, ad compromittendum pro nobis et nostro nomine in dominum capitaneum populi Ianue de pace et concordia facienda inter nos et alios de parte Iudicum seu Bulferiorum e omnibus discordiis et ranguris que inter nos et ipsos usque in hanc diem habuissemus

Archivio di Stato di Genova
«Fogliazzo dei notai», Vol. 2 pag. 84, Ventimiglia,
«Atti» del notaio De Amandolesio,
in pari data, nel cartolario n° 57.

Cosa dice il Rossi

Lo storico Girolamo Rossi parla a lungo delle vicende che vedono da una parte la famiglia guelfa dei De'Giudici e dall'altra quella Ghibellina dei Curlo. Tutto il capitolo ottavo della sua Storia della Città di Ventimiglia è dedicato ad esse. Rossi, che è un ventimigliese convinto, ovviamente, vede nell'alleanza fra i De'Giudici e la città di Genova un vero e proprio tradimento tanto che la sua esposizione è lungi dall'essere imparziale.

LIBRO OTTAVO

Guelfi e Ghibellini — Parte Prima

Sommario. — Guelfi e Ghibellini in Ventimiglia, da quali famiglie rappresentati — Pace solenne giurata fra i Curii e i De-Giudici (1259).

Guelfi e Ghibellini! Terribili nomi che ricordano a noi Italiani una funestissima età, in cui si facea spreco della forza nazionale, per riescire ad occulte brighe e per saziare inimicizie di famiglia. In questo generale e luttuosissimo rimescolìo di passioni, di odii, di vendette e di sangue, Ventimiglia prendea vivissima parte; e ancor fresche le piaghe di una nobile, ma infelice guerra, sorgevano ad esacerbarla le discordie cittadine. Due possenti famiglie, i Curli ed i De-Giudici1, rivaleggiando fra loro in onori, in potere ed in ricchezze, le fomentavano a tutt'uomo. Ambedue forti di case, di torri e d'uomini, traevano con loro molta clientela d'altre famiglie ricche, nobili ed onorate. Parteggiavano pei Curli, i Bombelli, i Genzani, i Priori, gli Intraversati, i Morosi, i Guercio ed i Saonesi; i Bulferi poi, i Balbi, gli Speroni, i Bellaveri ed i Galiani seguivano le sorti dei De-Giudici. Questa famiglia capitanando i Guelfi, portava nello scudo una banda azzurra coi gigli d'oro; l'avversaria per lo contrario, ghibellina, aveva nell'arme l'aquila nera in campo rosso, come appunto scrisse il poeta:

L’uno al pubblico segno2 i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

L'umiliazione provata dai Curli nella resa della città, avea accresciuta l'alterigia dei De-Giudici, che lordi di sangue cittadino, vi erano rientrati col plauso e colla protezione del Comune genovese. Lo sprezzo aperto però, con cui venivano trattati questi traditori, ingenerava continui scambi di piccole vendette e barabuffe. E queste diventavano aperti tumulti quando occorreva la elezione del podestà, o di altri magistrati; imperocchè preparavansi anteriormente gli animi; si accumulavano armi, si cercavano clienti, e col concorso degli abitanti delle circostanti ville, ascritti nelle compagne della città, stretti alla loro bandiera, recavansi ai comizi, non come chi va a far ufficio di libero cittadino, ma come partigiano che va a battersi.


1 Sul tumulo, che questa famiglia aveva nella chiesa cattedrale, si iggeva la seguente iscrizione, perduta nel restauro operatosi nel 1842:

SISTE VIATOR ET LEGE
HIC MANEBVNT IVDICES
DONEC IVDICENTVR

2 All'aquila. Dante. Divina Commedia, Paradiso, c. VI.


Già, nello stringere le convenzioni del 1251 col Comune di Genova, i due partiti eransi chiaramente spiegati, inviando i loro capi a rappresentarli. E ritornati in città, suscitarono terribili travagli alla quiete pubblica. Desideroso il Vescovo Azone Visconti, di porre un argine a tanti mali, mercè le calde e sante esortazioni, il 5 gennaio del 1239, riuscì a far sottoscrivere un compromesso tra la fazione dei Curli e dei Bonabeili, e quella dei De-Giudici e Bulferi1. Essendo stato di gradimento d'ambe le parti il giudicato, si fece pace solenne il giorno tredici del successivo maggio. Radunato il popolo nella chiesa cattedrale, i due capi-parte che stavansi di fronte, dopo essersi baciati in bocca, andarono a giurare sincera concordia sull'Ostia consecrata dal Vescovo, mentre tutti gli astanti commossi gridavano: Pace, pace.

Ma il male più che negli uomini, stava negli ordinamenti. Era molto più facil cosa il fare una legge, che l'eseguirla; imperocchè non vi essendo forze stabili e vigorose, era in balìa del più forte di reggersi come meglio gli talentava. I giuramenti in fatti vennero presto rotti; e Curli e De-Giudici diseppelliendo antichi odii, ripigliarono con vieppiù di accanimento i torbidi, i maneggi; risuscitarono liti e discordie; e inveleniti nell'animo, vennero fra loro alle mani, e versarono sangue. Che anzi tale si fu l'atrocità con cui si offesero, che riputandosi comunemente come un severo castigo del cielo, tutti i Ventimigliesi, eccettone vecchi e fanciulli, si portarono processionalmentc in Nizza, dove arrivati, si diedero a flagellarsi pubblicamente senza misericordia (1260)2. Favoriva grandemente questa divisione degli animi la aperta rottura di amicizia tra il Comune genovese e il conte Carlo di Provenza.


1 1259, 5 januarj. Conradus Ioseph, Guido Bonabella, Jacobinui Curita, Bertramus Curlus etc, et alii ex parte Curlorum et Bonabelliorum constituunt procuratorem Fulconem Curlum et Ottonem Bonabellami ad compromittendum pro ipsis de pace facienda inter ipsos et alios de parte Iudicum seu Bulferiorum. — Fogliazzo de' notai, vol. II, pag. 84.
2 Durante, Hìstoire de Nice, vol I, livr. III.


Costui, in virtù della cessione fattagli dal conte Guglielmino di tutto il contado di Ventimiglia, attendendo giorno per giorno a riavere quanto vi avea perduto, metteva in grandi strette il suo avversario, il quale, per timore di peggio, facea sottoscrivere, il 22 luglio del 1262, un magro accomodamento. Tedisio Fieschi conte di Lavagna, Bovarello Grimaldi e Marchesino di Cassino, legati genovesi, convenuti nella città d'Aix, presenti gli arcivescovi della città e di Tours, il vescovo di Fréjus, il conte di Vendòme, gli ammiragli di Nizza, e diversi altri cospicui personaggi, pattuirono con Carlo e Beatrice conte e contessa di Provenza nel modo seguente:

1.° Che il conte ed i suoi successori continuassero a possedere le terre che avevano nel contado di Ventimiglia, specialmente quelle di Castiglione e di Briga;

2.° Che il Comune Genovese possedesse la città di Ventimiglia, Monaco e Roccabruna, come pure Poggio Rinaldo, Poipino e Mentone spettanti a Guglielmo Vento, con che però a questi ed a'suoi legittimi successori se ne lasciasse l'utile dominio;

3.° Che in fuori delle terre di Briga e di Castiglione, il conte non procederebbe ad altri acquisti nella riviera verso Genova, e dai gioghi dei monti insino al mare; come pure non sarebbe permesso ai Genovesi di acquistare terre dei conti di Ventimiglia e di Provenza, tenute da esso conte e da' suoi vassalli, da Monaco e dal territorio di Turbia infino al Rodano e nelle isole adiacenti, cedendo anche ad ogni pretesa, che per tal fatto una parte potesse avere sopra dell'altra, salvo il luogo di Dolceacqua, sopra di cui si mantenevano al conte di Provenza le sue ragioni. Oltre di ciò, i contraenti prometteansi aiuto a vicenda, colla clausola, che nessuno dei due avrebbe dato ricetto ai comuni nemici1.


1 Monumenta historiae patriae: leges municipales, statuta civitatis Niciae.


Questo trattato sottoscritto dagli inviati, venne tosto ratificato dal podestà genovese, cui il conte avea inviata una deputazione. Zaccheria Carlevario era in quell'anno podestà di Ventimiglia 1,

In grazia di questa pace si godettero alcuni anni ài tranquillità, quando per invito di Papa Urbano IV, deciso Carlo conte di Provenza a portarsi all'acquisto del reame di Napoli, riempì di confusione e di malanni la nostra contrada. Mentre Carlo, nel giugno del 1265, stava cingendo in Roma la corona reale di Sicilia e della Puglia, le galere che aveva seco condotte di Provenza erano ancorate alla foce del Tevere. Ciò visto dal comandante la flotta del Re Manfredi, facendo grosse palizzate davanti alla foce, ed affondandovi grossi bastimenti pieni di ghiaia, procurò di impedirne la uscita; mentre spedite alcune galee nel mare Ligustico, giunte in vicinanza di S. Remo incontrarono dodici navi provenzali. Aggreditele impetuosamente, due ne presero, una abbruciarono ed una quarta andò a rompersi a terra, riducendosi l'equipaggio in salvo a S. Remo2. Ciò non impedì che Carlo procedesse felicissimamente nell'acquisto del regno di Napoli; per cui il partito guelfo sentendosi forte, alzando la cresta, aspirò a soverchiare in tutte le città e terre.

In Genova specialmente, ne abusarono i nipoti di Papa Innocenzo IV, Fieschi, i quali, avvisando non potersi da una sola famiglia dominare la Repubblica, si erano collegati coi Grimaldi. Ma intanto i sanguinari propositi, e le empie rapine del Re Carlo di Napoli impaurivano il popolo e lo disponevano ad una grande avversione contro i suoi fautori. Oberto Doria e Obcrto Spinola, capi dei ghibellini sussurravano in ogni ordine di cittadini, nè attendevano che un pretesto per far mutazione di governo. E questo si presentò loro ben presto. Trattavasi a quei giorni (1270) la nomina del podestà di Ventimiglia, e Luchetto Grimaldi guelfo l'otteneva con male arti, a dispetto de' suoi avversari.


1 Fogliazzo de' notai, vol, II, pag. 94.
2 Gioffredo, Storia, pag. 612.


La elezione del Grimaldi se accontentò le brame dei De-Giudici e dei Buiferi, indispettì sommamente tutta la numerosa famiglia e clientela dei Curli, i quali, rifiutando di riconoscerlo, uscirono fuori della città. Ed accontatisi con Ansaldo Balbi, Ughetto Doria, Guglielmo Torre ed altri nobili di Genova, di Chiavari e di Rapallo, prese le armi, si avviarono verso Ventimiglia, affine di scacciarne i Grimaldi, ed insediarvisi essi stessi. Ma l'astutissimo guelfo non era stato colle mani alla cintola, ed oltre il ragguardevole numero di armati che solevano seguire un podestà nel suo ufficio, avuto da'suoi aderenti un grosso numero di barbute, andò incontro ai suoi avversari. Erano già questi in vicinanza della città, e in molto minor numero de'suoi; per la qual cosa non durò fatica a romperne le file ed a scompaginarli. Si aggiunga, che il Grimaldi aveva di tal modo circondati gli assalitori, che nella fuga non rimase loro altro scampo che l'arrampicarsi sulla montagna di Roazzo, e quivi appiattatisi nelle balze, dovettero sostenere piccoli combatttmenti a varie riprese; finchè conoscendo di non poterla durare, patteggiarono di poter quindi discendere, e con le robe e persone andarsene altrove. Ma Luchetto non tenne la fede data, e protestando di aver legato il suo giuramento pei soli Doria e Balbi, fatti tutti gli altri prigioni, li condusse seco nelle carceri in Ventimiglia. Ivi furono angustiati in mille modi dagli avversari, mirando i guelfi ad obbligarli a comprar la libertà col danaro.

Ma intanto i Doria e i Balbi iti in Genova, esposto il fatto, instavano fortemente presso gli aderenti dei Grimaldi, acciocchè i loro compagni fossero liberati dalla prigionìa. Dopo di averne ottenuta una favorevole risposta, vedendo che si stava lellando, i Doria e gli Spinola, raunata una grossa moltitudine di nobili e di popolani, il giorno 28 di ottobre dello stesso anno 1270 andarono ad attaccare i guelfi, assalendo il palazzo del podestà, che fu costretto a riparare nelle case dei Fieschi.


Sorti tosto i guelfi in difesa del loro capo, si trovarono di fronte un grande rinforzo di ghibellini, e fu allora che l'orrore di una battaglia civile, scrive il Serra, ingombrò il luogo dei pubblici consigli. Ma il popolo, unitosi ai ghibellini, dié loro la vittoria, acclamando a suoi capitani e riformatori di stato Oberto Doria e Oberto Spinola1. A tali nuove il podestà di Ventimiglia, avendone avuto espresso comando dai reggitori, rilasciò in libertà i prigionieri, e recatosi in Genova giurò che per l'avvenire sarebbe stato obbediente alle novelle determinazioni sancite dal popolo genovese, e corroborate dal voto dell'arcivescovo Gualtieri, tra le quali era prescritto che i guelfi stessero ai confini per tre anni.

I Ventimigliesi non paghi di ciò, stavano minacciando maggiori torbidi; quando da Genova venne spedito con larghi poteri alla loro città Baliano Doria. Costui, dopo aver rimesso ogni cosa in ordine, mentre era di ritorno, sentendo come molti perturbatori stessero annidati nel luogo dell'Alma, non contento di discacciarneli, distrusse il castello e la terra, e rese il luogo inabitabile. La mutazione del governo di Genova tornò grandemente invisa alle corti di Roma e di Napoli, dove intrufolatisi i guelfi genovesi, dipingendo con neri colori le cose occorse, strapparono dalle mani del Papa un interdetto, e decisero il re Carlo ad inveire coi sequestri e colle armi contro i promotori e gli aderenti della rivolta. Che anzi, sul timore che queste novità nol turbassero nel dominio quasi assoluto che andava acquistando in Toscana ed in Lombardia, fè assalire la Liguria da ogni parte (1272). Nella riviera di Ponente il primo acquisto si fu il castello e la villa di Apricale, dove certo avvocato Gianella, che nel 1259 avea venduto Trioni al Comune genovese, si introdusse coll'aiuto di alcuni abitanti di Dolceacqua e delle sue vicinanze (agosto 1272)2.


1 Giustiniani, Annali della repubblica di Genova, dello anno.
2 Gioffredo, Storia, pag. 634.


Intanto nel gennaio del 1273, truppe inviate dai siniscalco di Provenza erano ammesse nel castello di Mentane da Guglielmo Vento, signore di quel luogo, aderente del re Carlo, e suo vassallo pel luogo di Castiglione. Già il Vento erasi grandemente coadiuvato a favore di questo sovrano, per farlo impadronire dei castelli del Maro appartenenti ad Enrico dei conti di Ventimiglia; ma questa volta la venuta delle regie soldatesche, coincise appunto colla notizia, che quei cinque castelli erano stati per mezzo dei capitani del Comune genovese ricuperati. Ciò non valse a disanimare i provenzali, i quali nel mese di maggio furono all'assedio del castello di Roccabruna. Bava, che era il castellano, cedendo codardemente senza oppor veruna resistenza, pagò colla pena capitale la sua viltà. Da Roccabruna si slanciarono tosto all'acquisto del castello di Penna1, nella valle della Roia, il quale serviva di antemurale a Ventimiglia; e non ostante che la sua postura lo rendesse più che di malagevole acquisto, inespugnabile, cadde nelle mani del siniscalco2. Da qui i soldati vittoriosi si dilungarono depredando sino alle porte di Ventimiglia, e questa Città dovette loro aprirle, e vedere scacciati i Curli coi loro aderenti, mentre i De-Giudici, che ricuperavano e dignità e ricchezze, per ischerno facevano apporre sulle mura della città, dalla parte di Nizza, questa iscrizione:

CVRLORUM FAMILIA PRAEPOTENS
GVELFORVM PRAESIDIO ENTIMELIO EXPVLSA


1 Il Comune di Penna ha un archivio ricchissimo. — Vi si conservano gli Statuti dell'anno 1270, che incominciano: In nomine D.ni amen. Haec sunt capitula Burgensium Castri de Pena que petunt et requirunt a d.nis capitaneis Comunis et populi ianuensis.
2 Gioffredo, Storia, pag. 62o.

Girolamo Rossi,
«Storia della Città di Ventimiglia
dalle sue origini sino ai nostri tempi»,
Torino, 1839, Tip. Cerutti, Derossi e Dusso,
pagg. 115-122.